L’ultima stima di Trump: «All’Iran resta il 22% dei missili»
Il presidente americano alza il calcolo sulla capacità missilistica iraniana, mentre Teheran bolla le affermazioni come «contraddittorie e deliranti». Tra nuovi scontri nel Golfo e un negoziato in stallo, cresce il rischio di una spirale incontrollata.

In un’intervista alla NBC, Donald Trump ha dichiarato che all’Iran resterebbe soltanto il 21-22 per cento del proprio arsenale missilistico, dopo mesi di operazioni militari che secondo Washington avrebbero distrutto la maggior parte dei siti di produzione e lancio. «Hanno ancora qualche missile e qualche drone – ha spiegato il presidente – ma non è paragonabile a quando abbiamo colpito per la prima volta». La stima è più alta di quella del 18 per cento fornita dallo stesso Trump in maggio, un dettaglio che non è sfuggito agli osservatori e che alimenta il sospetto di una valutazione approssimativa.
Le fonti iraniane, come il quotidiano Hamshahri, hanno bollato le parole di Trump come «contraddittorie e deliranti», accusandolo di diffondere affermazioni «prive di fondamento». L’ala più vicina alla Guida suprema respinge ogni ridimensionamento della capacità missilistica, pilastro della dottrina difensiva della Repubblica islamica. I media internazionali, tra cui Voice of America in persiano, hanno colto un altro passaggio della stessa intervista: Trump ha detto di conoscere il numero esatto dei missili ancora in mano a Teheran, ma di non volerlo rivelare, lasciando intendere che la pressione militare stia spingendo i «funzionari orgogliosi» del regime a compiere passi un tempo impensabili.
Il contesto regionale rimane incandescente. Venerdì scorso, l’Iran ha annunciato di aver lanciato «missili di avvertimento» contro due cacciatorpediniere americane nel Golfo dell’Oman, affermazione subito smentita dal Pentagono. Poco prima, il Kuwait aveva rivelato di aver intercettato 30 missili balistici sparati nel quadro di quella che ha definito «un’odiosa aggressione iraniana». Le cancellerie europee guardano con apprensione a questa escalation: l’Italia, in particolare, teme ripercussioni sulla libertà di navigazione e sulla stabilità degli approvvigionamenti energetici, già messi alla prova dalla crisi.
I negoziati, segnati da minacce e scontri intermittenti, non hanno prodotto alcun accordo. La cifra offerta da Trump – 21 o 22 per cento – più che un dato di intelligence sembra un messaggio politico, oscillante a seconda del pubblico e del momento. Nessuna verifica indipendente è possibile, e il rischio di un errore di calcolo cresce in proporzione alle dichiarazioni roboanti. Mentre gli analisti di Bruxelles sottolineano l’urgenza di un canale diplomatico, l’ipotesi di un ulteriore deterioramento rischia di coinvolgere l’intera regione, con conseguenze immediate per l’Europa e per l’Italia.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
Le affermazioni di Trump sul fatto che l'Iran avrebbe solo il 21-22 per cento dei missili sono descritte come contraddittorie e deliranti, prive di fondamento. Si sottolinea che Teheran conserva comunque una certa capacità missilistica e di droni, smontando la pretesa di una distruzione quasi totale.
Trump umilia i leader 'arroganti' del regime iraniano, costretti ora ad azioni un tempo impensabili dopo la distruzione di gran parte del loro arsenale missilistico. Delle scorte iniziali resterebbe solo il 21-22 per cento, un dato che sancisce un indebolimento strategico di Teheran.
La stima di Trump, che fissa al 22 per cento la quota residua dei missili iraniani, è superiore a quella del 18 per cento da lui fornita a maggio. Il report giustappone le cifre con la notizia del lancio di 'missili di avvertimento' iraniani contro cacciatorpediniere statunitensi, subito smentito dal Pentagono.
Trump sostiene che all'Iran resti soltanto il 22 per cento dei missili, dopo mesi di conflitti e attacchi che hanno scosso il Medio Oriente. La notizia è riportata in modo distaccato, osservando che Teheran conserva ancora una certa capacità residua di missili e droni.
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