Netanyahu e Trump: asse granitico contro il nucleare iraniano, ma le trattative nascondono divergenze
Netanyahu rivendica piena intesa con Trump per impedire a Teheran di dotarsi dell’atomica, mentre Israele preme su Washington per condizioni più dure e l’Iran frena sulle trattative.

La dichiarazione perentoria di Benjamin Netanyahu – «finché sarò primo ministro, l’Iran non avrà armi nucleari» – ha risuonato venerdì come un sigillo sull’asse tra Gerusalemme e Washington. Dopo un colloquio telefonico con Donald Trump, il premier israeliano ha rivendicato una «piena intesa» con il presidente americano, proprio mentre le diplomazie dei due Paesi seguono con apprensione i negoziati in corso tra Stati Uniti e Iran per un memorandum d’intesa che potrebbe aprire la strada a un cessate il fuoco regionale. [A1][A2][A4]
Eppure, dietro la facciata granitica, affiorano incrinature. Secondo fonti israeliane, l’annuncio di Trump su un accordo imminente avrebbe colto di sorpresa lo stesso Netanyahu, impegnato in quel momento in una riunione con i vertici della sicurezza. [A5][A7] Israele, pur non essendo parte formale del negoziato, sta esercitando una pressione intensa affinché l’intesa finale includa non solo la rimozione dell’uranio arricchito – su cui Trump ha insistito pubblicamente – ma anche lo smantellamento delle centrifughe, la limitazione dei missili balistici e la fine del sostegno ai proxy regionali, da Hezbollah agli Houthi. [A3][A5][A7] Un ulteriore nodo riguarda gli asset iraniani congelati: Gerusalemme chiede che non vengano sbloccati come parte dell’accordo, temendo che possano finanziare la macchina bellica di Teheran. [A5][A7]
Nell’ottica iraniana, filtrata attraverso i media arabi, la bozza in discussione esigerebbe innanzitutto un cessate il fuoco permanente e immediato su tutti i fronti, compreso il Libano, oltre a un impegno americano esplicito a non interferire negli affari interni e a rispettare la sovranità della Repubblica islamica. Sul piano militare e marittimo, si chiede la fine del blocco navale. [A2][A3] Teheran ha smentito che vi sia già un’intesa definitiva, segnalando la distanza tra le narrative. [A8]
Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, lo spettro di un nuovo accordo nucleare – o di un suo fallimento – riporta alla mente il faticoso negoziato del JCPOA del 2015, di cui Roma fu convinta sostenitrice. Un’intesa che escluda le garanzie chieste da Israele rischierebbe di lasciare irrisolti i dossier missilistico e regionale, alimentando l’instabilità in un quadrante già provato dalla guerra a Gaza e nel sud del Libano. Al contrario, un accordo troppo sbilanciato verso le richieste israeliane potrebbe essere rigettato da Teheran, facendo riesplodere le tensioni nel Golfo, con conseguenze dirette sulla sicurezza energetica del Mediterraneo.
La partita appare dunque più complessa di quanto la dichiarazione congiunta lasci intendere. Trump sembra concentrato sull’obiettivo minimo – impedire la bomba – mentre Netanyahu punta a smantellare l’intera architettura di minaccia iraniana. La convergenza di facciata nasconde una divergenza di metodo e di priorità che potrebbe pesare sulla tenuta dell’eventuale accordo. Nei prossimi giorni, il vero banco di prova sarà la capacità di Washington di mediare tra le aspettative massimaliste del suo alleato israeliano e la necessità di strappare a Teheran concessioni verificabili, senza far deragliare il fragile processo diplomatico.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
Netanyahu dichiara che finché sarà primo ministro, l'Iran non avrà mai armi nucleari, sottolineando la sua lotta personale di lunga data contro il programma nucleare iraniano. Presenta la questione come una minaccia esistenziale per Israele e rivendica il pieno sostegno del presidente Trump. Il tono è di leadership determinata e vigilanza.
La copertura riporta il sostegno dichiarato di Netanyahu ai colloqui USA-Iran ma sottolinea la sua richiesta che Israele non venga danneggiata da alcun accordo. L'attenzione è sul tentativo di Israele di salvaguardare i propri interessi e il sospetto che qualsiasi accordo con l'Iran possa avvenire a spese di Israele. Il report include una prospettiva palestinese, mettendo in dubbio l'equità dell'accordo.
Gli articoli riportano che Israele fa pressione sugli USA per impedire il rilascio di beni iraniani congelati e chiede condizioni severe come la rimozione dell'uranio arricchito e lo smantellamento del programma nucleare iraniano. La narrazione è pragmatica, descrivendo i negoziati e le preoccupazioni di sicurezza israeliane senza giudizio esplicito. L'enfasi è sugli aspetti tecnici del potenziale accordo e sulla leva di Israele.
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