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Israele elimina il nuovo capo militare di Hamas a Gaza, mentre riprende la guerra su due fronti

Mohammed Odeh ucciso a undici giorni dal predecessore. Netanyahu rivendica la decapitazione di Hamas, ma si riaccende il conflitto con Hezbollah e torna il piano di “emigrazione volontaria” da Gaza.

Geopolitica47 testate8 lingue3 min letturaAgg. 18:12

L'annuncio è giunto all'alba di mercoledì, con la consueta retorica cruda del ministro della Difesa Israel Katz: «Il quarto comandante dell'ala militare di Hamas a Gaza è stato eliminato e spedito a raggiungere i suoi complici nelle profondità dell'inferno». Mohammed Odeh, nominato capo delle Brigate al-Qassam appena undici giorni fa dopo l'uccisione di Izz al-Din al-Haddad, è stato colpito da un raid aereo nel quartiere di Rimal, nel cuore di Gaza City, mentre la popolazione si preparava alla festa di Eid al-Adha.

L'intelligence israeliana lo seguiva da mesi: nato nel campo profughi di Jabalia, entrato in Hamas alla fine degli anni Ottanta, Odeh era stato il responsabile della pianificazione dell'attacco del 7 ottobre 2023 e incarnava l'ultimo stratega della rete militare clandestina del movimento. Secondo fonti di Gaza, la famiglia ha confermato che insieme a lui sono morti la moglie e due figli; nel raid sono rimaste uccise almeno sei persone e oltre venti ferite. Hamas, pur tra reticenze iniziali, ha poi diffuso un comunicato che riconosce la perdita, mentre l'esercito israeliano divulgava un video dell'attacco e aggiornava la lista dei 16 comandanti eliminati dall'inizio dell'offensiva.

La sequenza serrata di omicidi mirati – quattro capi militari in due anni e mezzo – disegna una strategia di decapitazione che Tel Aviv persegue con metodica determinazione, incurante del cessate il fuoco in vigore dall'ottobre scorso. «Ci siamo impegnati a eliminare tutti coloro che hanno guidato il massacro del 7 ottobre, e così faremo: sono morti che camminano», ha ribadito Katz, rilanciando al contempo il controverso «piano di emigrazione volontaria» dei palestinesi da Gaza, definito da molte cancellerie europee una forma di pulizia etnica strisciante. Nell'ottica di Bruxelles, l'ipotesi di un esodo forzato rischia di incendiare ulteriormente la regione e di generare nuove ondate migratorie verso le coste italiane e mediterranee.

L'operazione su Gaza non è un episodio isolato: martedì stesso Israele ha intensificato i bombardamenti in Libano, colpendo postazioni di Hezbollah a nord del fiume Litani e causando almeno 31 morti. Secondo fonti diplomatiche, il premier Netanyahu avrebbe informato Washington, tramite l'ambasciatore Huckabee, dell'intenzione di espandere le operazioni, ma il presidente Trump avrebbe frenato, facendo sapere di «non voler vedere edifici crollare a Beirut». La telefonata tra i due leader, confermata da Gerusalemme, si inserisce in un quadro di crescenti attriti, mentre da Pechino giungeva un appello affinché Stati Uniti e Iran raggiungano un compromesso per scongiurare un allargamento del conflitto.

Per l'Europa e l'Italia, la simultanea riapertura dei fronti di Gaza e del Libano significa innanzitutto una minaccia alla stabilità del Mediterraneo orientale. L'eliminazione di Odeh non spegne la capacità operativa di Hamas, già provata da una campagna di logoramento che tuttavia non ha impedito il riemergere di sacche di resistenza. L'insistenza israeliana sul ricambio forzato della popolazione di Gaza e l'escalation con Hezbollah allontanano ogni prospettiva di tregua duratura, alimentano il risentimento nelle piazze arabe e interrogano le diplomazie occidentali sulla loro reale capacità di influire sulle scelte del governo Netanyahu. Il ciclo di violenza, anziché chiudersi, mostra di sapersi rigenerare puntualmente.

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