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Mediazione pakistana tra Usa e Iran a rischio: Graham denuncia aerei iraniani nelle basi di Islamabad

Il senatore repubblicano accusa il Pakistan di ospitare velivoli di Teheran e di ostilità verso Israele. Il rifiuto di aderire agli Accordi di Abramo incrina il ruolo di intermediario nei negoziati per il cessate il fuoco.

Geopolitica6 testate2 lingue2 min letturaAgg. 13:24

La più recente incrinatura nel delicato canale di mediazione tra Stati Uniti e Iran arriva direttamente da Capitol Hill. Il senatore repubblicano Lindsey Graham ha definito “più che problematico” il ruolo del Pakistan nei negoziati per un cessate il fuoco, puntando il dito contro l’ostilità di lunga data di Islamabad verso Israele e accusandola di consentire l’utilizzo delle proprie basi aeree agli aerei militari iraniani: un fatto, ha scritto in un post su X, “innegabile”. Le parole di Graham segnano un brusco raffreddamento della fiducia americana proprio mentre si cercava una sponda diplomatica per allentare la tensione con Teheran.

Dietro lo scontro si apre la partita degli Accordi di Abramo, il mosaico di intese promosso dall’amministrazione Trump per normalizzare i rapporti tra Israele e i Paesi arabi. Il ministro della Difesa pakistano, Khawaja Muhammad Asif, ha respinto l’invito a unirsi a quell’architettura, ribadendo che Islamabad non appoggerà alcun accordo in contrasto con le proprie “ideologie fondamentali”. Ha legato anzi ogni eventuale riconoscimento di Israele alla nascita di uno Stato palestinese entro i confini pre-1967, con Gerusalemme Est come capitale – una condizione che, nell’ottica di Washington, confermerebbe l’assenza di neutralità richiesta a un mediatore.

Secondo gli analisti vicini all’amministrazione americana, la presenza di velivoli di Teheran sul suolo pakistano – che Graham definisce ormai acclarata – squalifica qualsiasi pretesa di equidistanza. La questione, tuttavia, viene letta in modo opposto da Islamabad: la cooperazione difensiva con l’Iran, frutto di un asse che risale alla Guerra Fredda, è cosa distinta dai canali diplomatici, e il Pakistan rivendica il proprio storico ruolo di ponte, già utilizzato in passati colloqui riservati. Resta però il sospetto che la profondità dei legami militari ed economici – inclusa la triangolazione con Pechino, partner strategico di entrambi i Paesi – renda assai impervia ogni mediazione che parta da quel quadrante.

A Bruxelles e nelle capitali europee lo stallo viene osservato con inquietudine. L’Italia, in particolare, teme che il fallimento del canale pakistano riduca al minimo gli spazi di dialogo proprio mentre si cerca di scongiurare un conflitto aperto, che avrebbe immediate ripercussioni sui flussi energetici verso il Mediterraneo e sulla già fragile stabilità regionale. Gli analisti di Bruxelles ricordano che l’Europa ha sempre privilegiato la via multilaterale e potrebbe ora trovarsi costretta a rilanciare un’iniziativa diplomatica autonoma, per impedire che il braccio di ferro tra Washington e Teheran precipiti in uno scontro incontrollato.

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