Trump riunisce il gabinetto: la partita con l’Iran tra tregua e scetticismo
Mentre la Casa Bianca tenta di chiudere un accordo per riaprire lo Stretto di Hormuz, divergenze testuali, costi politici e mercati sempre più diffidenti definiscono un negoziato ad alta tensione.

Convocata d’urgenza dopo il rinvio del ritiro a Camp David, la riunione di gabinetto che Donald Trump ha fissato per le undici di mercoledì mattina a Washington segna una fase cruciale della guerra con l’Iran. Il presidente confida in un’intesa «in gran parte negoziata», ma il negoziato resta intrappolato su dettagli che hanno il peso di interi capitoli. Il segretario di Stato Marco Rubio ha ammesso che gli impasse vertono su «una parola, una frase», mentre da Teheran il ministero degli Esteri ha denunciato come «illegale e ingiusto» un attacco statunitense a navi commerciali iraniane. È lo specchio di un negoziato in cui ogni sfumatura è un campo minato.
Sul fronte interno americano la trattativa suscita più allarme che consenso. Senatori repubblicani come Ted Cruz, Lindsey Graham e Roger Wicker hanno attaccato la bozza in gestazione, definendola troppo simile all’accordo nucleare dell’era Obama che lo stesso Trump stracciò nel suo primo mandato. La guerra scelta dalla Casa Bianca si è rivelata politicamente impopolare tra gli stessi elettori repubblicani, e con le elezioni di metà mandato alle porte l’inquilino della Casa Bianca ha bisogno di dichiarare vittoria. Riaprire lo Stretto di Hormuz e certificare una capacità nucleare iraniana sufficientemente ridotta diventa così un obiettivo minimo, ma un’intesa che rinvia a dopo il voto le questioni più spinose lo esporrebbe comunque alla critica dei suoi stessi sostenitori.
Per gli analisti del Golfo, la credibilità dell’intero processo è già incrinata. Da settimane Trump alterna annunci di pace a minacce di forza schiacciante, un copione che inizialmente muoveva petrolio e listini ma che oggi viene accolto con scetticismo da investitori e trader. Lo Stretto di Hormuz resta pericolosamente conteso: dopo gli ultimi raid americani, i pasdaran hanno rilanciato minacce e il traffico commerciale è ancora fortemente limitato. Il Pentagono, intanto, ha avvertito il Congresso che i costi operativi di una presenza prolungata stanno diventando insostenibili. Per l’Italia e per l’Europa, che importano attraverso quel braccio di mare una quota significativa di greggio, il protrarsi delle tensioni rischia di alimentare nuove pressioni inflazionistiche e di appesantire una ripresa già fragile.
Si profila così il paradosso di un’intesa che potrebbe assomigliare a una tregua armata piuttosto che a una pace solida. L’accordo sul tavolo rimanda molti nodi cruciali — dall’arricchimento dell’uranio ai tempi di revoca delle sanzioni — a un futuro indefinito, lasciando l’Iran in una zona grigia nucleare non dissimile da quella che il JCPOA aveva solo in parte risolto. Agli occhi dei falchi del Golfo e di Israele, qualunque testo che non smantelli la latenza atomica di Teheran apparirà come un cedimento. L’Europa, che pure ha mantenuto canali diplomatici aperti, potrebbe essere chiamata a farsi garante dei meccanismi di verifica post-accordo, ma con una leva politica minima se Washington resterà ambivalente. La fretta elettorale di Trump rischia di consegnare alla regione non la fine di una guerra, bensì l’inizio della sua prossima crisi.
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