Petrolio e oro in altalena: il negoziato USA-Iran detta l’umore dei mercati
Dopo il balzo di martedì per i nuovi raid americani, il greggio ripiega e l’oro arretra, mentre i mercati scrutano il negoziato indiretto fra Washington e Teheran e le prossime mosse della Fed sullo sfondo dello Stretto di Hormuz.

I prezzi del petrolio hanno ripiegato mercoledì, erodendo parte del balzo del 4% messo a segno nella seduta precedente, mentre l’oro è scivolato sotto i 4.500 dollari l’oncia in un mercato che cerca disperatamente indizi sulla tenuta del fragile negoziato fra Stati Uniti e Iran. Il Brent del Mare del Nord, benchmark di riferimento per l’Europa, è sceso fino a 98 dollari al barile, e il WTI americano ha ceduto oltre il 2%, riportandosi in area 92 dollari. L’impennata di martedì era stata innescata da nuovi raid americani con droni su obiettivi iraniani, che hanno subito incrinato le speranze di un accordo di pace riaccese soltanto pochi giorni prima.
La dinamica resta ostaggio del canale diplomatico. Da Teheran, un funzionario ha confermato che i contatti indiretti con Washington proseguono, precisando però che il dossier sull’uranio altamente arricchito non è sul tavolo. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha avvertito che la messa a punto dei testi potrebbe richiedere ancora diversi giorni. La notizia del passaggio nello Stretto di Hormuz di almeno due superpetroliere – quasi quattro milioni di barili in transito – ha offerto un segnale di parziale distensione, ma secondo gli analisti di Mosca la completa riapertura del corridoio energetico resterà una prospettiva lontana, forse mesi o trimestri.
L’oro ha accusato la concorrenza del biglietto verde e l’attesa per i prossimi indicatori macroeconomici americani. Gli operatori seguono con apprensione gli interventi dei membri della Fed, tra cui il vicepresidente Philip Jefferson e la governatrice Lisa Cook, mentre giovedì sarà diffuso l’indice PCE, la misura dell’inflazione più monitorata dalla banca centrale. Un dato superiore alle attese allontanerebbe ulteriormente l’ipotesi di un taglio dei tassi, penalizzando il metallo giallo che non paga interessi.
Secondo gli analisti di Bruxelles, la volatilità del greggio rappresenta una minaccia concreta per la ripartenza economica europea e può riaccendere le pressioni inflazionistiche proprio quando la Bce inizia ad allentare la presa. Nell’ottica dei produttori latinoamericani, come il Messico il cui barile di riferimento ha oscillato attorno ai 97 dollari, il saliscendi delle quotazioni rende ardua qualsiasi programmazione di bilancio. Per l’Italia, trasformatore energivoro, ogni variazione del Brent si trasmette in modo diretto alla pompa di benzina e ai costi dell’industria. In attesa che dal Golfo emergano segnali più nitidi, i mercati sono condannati a danzare su questo pericoloso crinale, in bilico tra speranza diplomatica e recrudescenza del conflitto.
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