Shakira, il sospetto del sosia e l'ombra dell'IA sulla cerimonia mondiale
La performance all'Azteca per Messico 2026 ha scatenato una tempesta social: era davvero lei? Tra accuse di playback e teorie del doppio, la risposta dell'artista e il dibattito sulla disinformazione.

La cerimonia inaugurale del Mondiale 2026, ospitata nello storico Estadio Azteca di Città del Messico, avrebbe dovuto celebrare il ritorno del calcio globale con uno spettacolo di stelle. Invece, l'esibizione di Shakira accanto al nigeriano Burna Boy sulle note di «Dai Dai» — inno ufficiale del torneo — ha generato un incendio digitale che ha rapidamente oscurato l'evento sportivo. A pochi minuti dalla performance, le piattaforme social latinoamericane sono state invase da un'ondata di sospetti: la donna sul palco non sarebbe stata la cantante colombiana, bensì una sosia. I dettagli incriminati? Un volto «irreconoscibile», occhiali scuri, movenze giudicate anomale e segmenti vocali che parevano pre-registrati.
La teoria del doppio ha rimbalzato dai media messicani a quelli colombiani, amplificata dagli algoritmi di TikTok, X e Instagram, fino a varcare l'Atlantico. In Italia, testate come Libero Quotidiano hanno bollato le illazioni come «assurde voci complottiste», accostandole alle narrative deepfake che già insidiano la politica. La stampa latinoamericana, nel frattempo, ha setacciato ogni fotogramma: alcuni organi hanno sottolineato la mancanza di impatto scenico e l'uso del playback, altri si sono concentrati sulle presunte discrepanze fisiche. L'episodio ha messo a nudo una fragilità nuova: persino un evento trasmesso in mondovisione può diventare terreno fertile per il complotto in un'epoca in cui l'intelligenza artificiale erode la fiducia nelle prove visive.
Lo smontaggio delle voci non si è fatto attendere. I media colombiani, come El Colombiano, hanno ricordato che «las caderas no mienten»: la cifra stilistica inconfondibile di Shakira era già una prova sufficiente. Materiali dietro le quinte trapelati in Messico hanno confermato ulteriormente la sua presenza. La stessa artista ha scelto una via obliqua: su Instagram ha pubblicato un messaggio in favore della pace e dell'educazione infantile, senza mai nominare direttamente la polemica — un gesto che molti hanno letto come il rifiuto di dare dignità al rumore. Resta il paradosso di un ecosistema in cui gli stessi strumenti che propagano il falso offrono, a chi sa cercare, i mezzi per verificare la verità.
Al di là dell'aneddoto, l'accidentata apertura messicana fissa un precedente esigente per le prossime cerimonie del torneo, che toccheranno anche il Nord America. Gli organizzatori dovranno fare i conti non solo con la qualità artistica, ma con la vulnerabilità alla manipolazione digitale. Con l'affinarsi dei deepfake, il confine tra performance autentica e imitazione sintetica si farà sempre più labile. Per l'Europa, abituata a spettacoli ad alta produzione, il caso Shakira funge da monito: la battaglia contro la disinformazione si è ormai spostata sul terreno dell'intrattenimento dal vivo, e il prossimo bersaglio potrebbe essere qualsiasi evento globale.
Questa notizia è apparsa su
7 testate · 2 lingue · finestra 24 ore