PSG nella storia: secondo trionfo europeo di fila, Luis Enrique tra i grandi
Ai rigori contro l'Arsenal, il Paris Saint-Germain conferma il dominio europeo. Il tecnico spagnolo entra nell'élite con il terzo titolo, mentre già si parla di un suo possibile approdo al Liverpool.

La notte di Budapest consegna il Paris Saint-Germain all'eternità. Battendo l'Arsenal ai calci di rigore dopo un 1-1 protrattosi per centoventi minuti — con i gol di Kai Havertz e su rigore di Ousmane Dembélé — il club parigino si conferma campione d'Europa per il secondo anno consecutivo, impresa che nell'era moderna riuscì soltanto al Real Madrid di Zinedine Zidane nel triennio 2016-2018. Secondo le cronache francesi, è l'incoronazione definitiva nell'aristocrazia del calcio, il sigillo su una squadra trasformata in macchina di dominio.
Architetto indiscusso di questo capolavoro è Luis Enrique, l'allenatore spagnolo che nella notte magiara ha ballato come un ossesso tra i cori dei tifosi, quasi un Obelix caduto in un barile di energia — immagine consegnata dalla stampa tedesca. Con questo successo, Enrique sale a tre Champions League da tecnico, affiancando leggende come Pep Guardiola e lo stesso Zidane, oltre a Carlo Ancelotti e Bob Paisley, un poker d'assi che per la prima volta include un profilo strutturalmente diverso: non un erede di panchine già consacrate, ma un forgiatore di nuovi imperi. «È ancora più grande della prima», ha dichiarato Enrique dopo la partita, citato da media mediorientali e asiatici, «perché sapevamo delle difficoltà contro un Arsenal capace di metterci in crisi». Eppure, nonostante i brividi, il suo PSG ha tenuto il pallone per quasi tre quarti della contesa.
Le voci che si levano dal Sud-Est asiatico, in particolare dall'Indonesia, aggiungono un capitolo umano e un giallo di mercato. Enrique ha dedicato il trionfo a Claudio, suo ex compagno alla Roma e figura di mentore, un ringraziamento che svela radici italiane nella formazione del tecnico. Al tempo stesso, i vertici del PSG si trovano a dover blindare il loro condottiero, mentre da Liverpool — orfana di Arne Slot — giungono sirene sempre più insistenti. Negli ambienti finanziari di Doha, si osserva però una determinazione ferrea a proseguire il progetto, anche per evitare che la seconda Coppa consecutiva diventi un punto d'arrivo anziché di partenza.
Guardando oltre la notte ungherese, la nuova era del calcio europeo porta impresso il marchio di un club che ha rovesciato la narrativa di eterna incompiuta. Dal punto di vista di Madrid, il timore è che si stia replicando il ciclo blancos; per i commentatori di Berlino, il metodo Enrique — forgiato nel bagno d'acciaio del Barcellona vincente — rappresenta un paradigma esportabile. E mentre l'Asia celebra le statistiche e l'emiratica Gulf News sottolinea l'ingresso dello spagnolo nel ristretto consesso dei plurivincitori, una domanda aleggia: potrà il PSG, senza un fuoriclasse assoluto ma con un collettivo di cristallo, aspirare al tris? La storia, da Budapest, ha appena ricominciato a scriversi.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
Con due titoli consecutivi, il PSG punta a uno storico tris in Champions League. Il presidente Al-Khelaifi annuncia nuovi investimenti sul mercato, sottolineando la volontà di mantenere il dominio continentale grazie a un mix di giovani talenti e profondità della rosa.
Luis Enrique si erge ad artefice di un capolavoro calcistico, plasmando la squadra più forte del mondo. La sua filosofia, temprata in un duro noviziato da calciatore, rende il successo sostenibile – l’Europa è avvertita. Lo spettacolo di Budapest diventa omaggio a un allenatore che fonde rigore tattico e passione sfrenata.
La riconferma del PSG in Champions League viene presentata come un’impresa ancor più grande della prima, vista la difficoltà contro l’Arsenal. Luis Enrique sottolinea la gioia collettiva, dedicando la vittoria al club e alla città. Il racconto resta ancorato ai fatti della partita: il gol subito a freddo, il meritato pareggio e la tensione dei rigori.
Il trionfo del PSG è condito di dramma: Luis Enrique ringrazia un vecchio maestro a Roma, mentre João Neves lancia una stoccata verbale all’Arsenal, sostenendo che solo i parigini volevano davvero giocare a calcio. La cronaca si esalta di questo mix di umiltà e provocazione, trasformando la finale in uno spettacolo di personalità oltre che di calcio.
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