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La partita del gas: Mosca avverte Erevan, il Caucaso si riallinea

Mentre il governo armeno accelera il partenariato strategico con l’Unione europea, la Russia minaccia di rescindere l’accordo sulle forniture agevolate di gas. Pashinyan rivendica sovranità: «Saremo ricchi abbastanza da non temere rincari».

Geopolitica10 testate3 lingue4 min letturaAgg. 05:20

Con una mossa che incrina ulteriormente l’architrave post-sovietico, la Russia ha formalmente minacciato di sospendere o denunciare l’accordo del 2013 che garantisce all’Armenia forniture esentasse di gas naturale, prodotti petroliferi e diamanti grezzi. La lettera del ministro dell’Energia Sergej Civilev, recapitata mercoledì all’ambasciata russa a Erevan e poi girata al governo armeno, lega esplicitamente la sopravvivenza dell’intesa alla rinuncia del percorso di adesione all’Unione europea. Secondo l’analisi di Mosca, la legge armena che orienta il paese verso Bruxelles – e la recente agenda di partenariato strategico firmata con l’Ue nel dicembre 2025 – contraddicono lo spirito di un rapporto economico «costruito nel corso di decenni sul rispetto e sul vantaggio reciproco».

Dal Cremlino il portavoce Dmitrij Peskov ha respinto qualsiasi lettura strumentale della pressione energetica, negando che il tema dell’Unione economica eurasiatica venga agitato in funzione delle elezioni parlamentari armene del 7 giugno. «Non siamo noi ad aver adottato la legge», ha dichiarato, «e siamo troppo grandi per essere semplicemente “chiamati in causa”». Eppure la sequenza degli eventi – il divieto temporaneo d’importazione di fiori, acqua minerale e cognac armeni, la visita-lampo del segretario di Stato americano Marco Rubio per firmare una Carta di partenariato strategico globale, e ora l’ultimatum sul gas – racconta una crisi sistemica che travalica la cornice elettorale. La portavoce del ministero degli Esteri Marija Zacharova ha persino ironizzato sul mancato coordinamento interno al governo armeno, dopo che il ministero delle Infrastrutture aveva inizialmente negato di aver ricevuto la missiva.

L’Armenia di Nikol Pashinyan si muove su un crinale sempre più stretto. Il premier, in piena campagna elettorale, ha escluso l’uscita dall’Unione eurasiatica – «sono l’unico funzionario a sedere contemporaneamente nei due massimi organi direttivi dell’UEE» – ma ha rivendicato senza esitazioni la prospettiva europea. Alle minacce di rincari ha risposto con una promessa di prosperità: «Non è logico spaventare l’Armenia con prezzi alti, perché avremo molto più denaro, al punto che non ci sembreranno cari». Dietro l’enfasi retorica affiora un disegno di riposizionamento geoeconomico: Pashinyan ha annunciato la posa di un gasdotto di transito attraverso il territorio armeno e la riapertura di corridoi ferroviari verso Turchia e Azerbaigian, trasformando il paese in un «crocevia di pace» capace di attrarre investimenti e di esportare persino armamenti verso nazioni sviluppate.

Da Bruxelles e da Washington l’interesse per il Caucaso meridionale si manifesta con rinnovata intensità. L’agenda strategica con l’Ue disegna un orizzonte di riforme normative ed economiche, mentre la Carta con gli Stati Uniti rafforza i legami militari e commerciali. Agli occhi degli analisti europei, la partita sul gas assume un significato che travalica i confini armeni: la prospettiva di un corridoio di transito alternativo potrebbe contribuire alla diversificazione energetica del continente, riducendo la dipendenza dalle rotte controllate da Mosca. A rendere più delicato il quadro c’è l’avvertimento del capo di Rosatom, Aleksej Lichačëv: se Erevan non sceglierà entro il 2026-2027 un partner per il futuro della centrale nucleare di Metsamor dopo il 2036, rischierà di perdere le competenze atomiche acquisite in decenni di cooperazione con la Russia.

La vicenda ripropone, in scala caucasica, il dilemma che attraversa l’intero vicinato orientale dell’Europa. L’Italia, importatore netto di energia e storicamente sensibile alla stabilità del fianco sud-orientale, osserva con attenzione i sommovimenti di una regione che potrebbe trasformarsi da periferia contesa a cerniera tra Europa, Asia centrale e Medio Oriente. Pashinyan ha promesso che sarà il popolo armeno, con il voto e con le scelte quotidiane, a decidere se restare nell’orbita eurasiatica o incamminarsi verso Bruxelles. In attesa del verdetto delle urne, l’alternativa si traduce già in una pressione asimmetrica che prova a piegare la sovranità con la leva degli idrocarburi.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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Mosca avverte che il percorso europeo dell'Armenia potrebbe porre fine alle forniture di gas in esenzione doganale, ma Erevan rassicura di non voler uscire dall'Unione economica eurasiatica e minimizza l'eventuale rincaro. La Russia nega pressioni elettorali e rimarca il rischio di perdere le competenze nucleari se l'Armenia si allontanasse dalla tecnologia russa.

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La Russia minaccia di stracciare l'accordo sul gas con l'Armenia per punire le sue ambizioni europee, facendo temere un drastico aumento dei prezzi dell'energia. La mossa viene letta come l'ennesimo ricatto del Cremlino per mantenere Erevan nella propria orbita, mentre la diplomazia di Mosca invia lettere di avvertimento.

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