Cuba, l'allarme all'Onu e lo spettro del 'bagno di sangue'
Mentre Washington invoca la minaccia di uno Stato fallito a poche miglia dalle sue coste, L'Avana denuncia un assedio energetico e chiede protezione alle Nazioni Unite, in una spirale che riporta l'isola al centro dello scontro globale.

L'ombra di un intervento militare americano si allunga sul Caribe con una concretezza che non si vedeva dai tempi della Baia dei Porci. Il governo cubano ha bussato alle porte del Palazzo di Vetro, chiedendo al segretario generale Guterres di fermare quella che descrive come un'aggressione imminente, capace di provocare un «bagno di sangue». Il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez, davanti al Consiglio di Sicurezza, ha parlato di un «assedio energetico» orchestrato da Washington – un blocco navale senza dichiarazione formale che equivarrebbe a un «atto di guerra». Le parole si scontrano con la flotta americana già posizionata al largo e con le minacce di Donald Trump, che ha promesso «l'onore di prendere l'isola».
Eppure, se la tensione geopolitica detta il ritmo, è il polso della società cubana a segnare il precipizio. Oltre dieci milioni di persone vivono da mesi con blackout che possono durare venti ore, mentre l'inflazione divora salari già simbolici e l'esodo supera il milione di partenze dal 2021. Lo storico Alejandro de la Fuente, voce autorevole della diaspora intellettuale, ha colto il mutamento profondo: «I cubani ormai pensano che qualsiasi alternativa, persino quella nordamericana, sia preferibile a continuare così». Una confessione amara, che illumina un consenso popolare dove la sopravvivenza ha eroso la fedeltà ideologica e ha trasformato perfino l'intervento straniero in un'ipotesi meno temuta della prosecuzione del regime.
Da Washington l'analisi è speculare e altrettanto cruda. Il segretario di Stato Marco Rubio definisce Cuba uno «Stato fallito» governato da «un branco di comunisti incompetenti» e, proprio in quanto tale, una minaccia alla sicurezza nazionale americana: «Avere uno Stato fallito a 145 chilometri dalle nostre coste è un rischio che non possiamo accettare». L'amministrazione Trump ha incriminato l'ex presidente Raúl Castro e stringe il cappio delle sanzioni, colpendo in particolare i rifornimenti di greggio. Per gli analisti della regione latinoamericana, tuttavia, la linea dura rischia di riproporre la vecchia dinamica dell'accerchiamento che storicamente ha rafforzato il racconto vittimista dell'Avana, senza offrire una reale via d'uscita alla crisi umanitaria.
Sullo sfondo resta l'immagine di un'isola che fu il salotto dei Caraibi: la Cuba pre-rivoluzionaria dei casinò, delle notti al Tropicana e del turismo a stelle e strisce, spazzata via dalla fuga di Batista il 31 dicembre 1958. Quella ferita mai rimarginata spiega la profondità del rancore reciproco, ma anche la consapevolezza, maturata in Europa e in Italia, che un'eventuale esplosione cubana non resterebbe confinata. Un conflitto armato nel Golfo del Messico produrrebbe onde d'urto immediate sui flussi migratori verso il Vecchio Continente e riaccenderebbe tensioni fra partner atlantici già divisi su dazi e difesa comune.
Eppure la rima con la sorte del Venezuela, evocata a Madrid e a Miami, è solo parziale. A Caracas la cattura di Maduro ha trovato una leadership alternativa riconoscibile e una piattaforma civile capace di riempire il vuoto. A Cuba, invece, non esiste una María Corina Machado né un tessuto di opposizione sufficientemente strutturato, come confessano le voci del dissenso raccolte in Spagna: «L'intervento americano è l'unica soluzione», dicono, ma con un filo di disperazione. È questa asimmetria a rendere il rischio di un conflitto tanto reale quanto devastante, perché in assenza di un'alternativa politica credibile, la forza rischia di diventare l'unica grammatica del cambiamento.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
Cuba lancia un allarme: se Washington abbandona il dialogo per lo scontro, si rischia un bagno di sangue. I funzionari cubani respingono le accuse di minaccia alla sicurezza nazionale e puntano il dito contro le sanzioni e la presenza navale americana, chiedendo un intervento dell’ONU.
Mentre Washington inasprisce la pressione, Cina e Cuba rafforzano la cooperazione agricola. Pechino fornisce sostegno diplomatico e riso come aiuto umanitario, inquadrando la relazione come un partenariato strategico a lungo termine, lontano dalla retorica allarmista.
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