L'arbitro somalo fermato dagli Usa, l'Europa lo accoglie: il paradosso del Mondiale 2026
Omar Abdulkadir Artan, miglior fischietto africano, espulso dagli Stati Uniti nonostante il visto, arbitrerà la Supercoppa UEFA a Salisburgo. Un caso che svela le crepe tra sport e sovranità.

Il 12 agosto, allo stadio di Salisburgo, il fischio d’inizio di Paris Saint-Germain contro Aston Villa per la Supercoppa UEFA sarà dato da Omar Abdulkadir Artan, trentaquattrenne somalo indicato dalla Confederazione africana come arbitro dell’anno 2025. Un incarico di prestigio che arriva dopo un’umiliazione diplomatica: Artan era stato selezionato dalla FIFA per il Mondiale 2026, ma all’arrivo a Miami le autorità statunitensi lo hanno fermato e respinto, nonostante un visto valido e un passaporto diplomatico. La nomina europea, annunciata a pochi giorni dall’espulsione, trasforma un caso di frontiera in un simbolo delle tensioni che attraversano il primo torneo iridato a quarantotto squadre, ospitato da Stati Uniti, Canada e Messico sotto la stretta migratoria dell’amministrazione Trump.
Le circostanze del diniego restano opache. Fonti governative americane, attraverso il segretario alla Sicurezza interna Markwayne Mullin, hanno parlato di “ragioni” non divulgabili, accennando a precedenti penali o possibili legami con la criminalità. Una spiegazione che non ha convinto gli osservatori africani, i quali sottolineano che Artan era in possesso di tutti i documenti richiesti e che la FIFA lo aveva regolarmente accreditato. Il presidente della FIFA Gianni Infantino, alla vigilia della partita inaugurale tra Messico e Sudafrica, ha preso le distanze: “Non siamo i re del mondo che possono dettare legge a governi e forze di polizia. Siamo un’organizzazione sportiva”. Parole che rivelano l’impotenza del massimo organismo calcistico di fronte alle politiche sovrane, mentre altri tifosi, dirigenti e persino membri dello staff iraniano hanno subito analoghi blocchi alla frontiera.
La reazione europea è stata immediata e opposta. La UEFA, in coordinamento con la CAF, ha assegnato ad Artan la finale di Supercoppa, con il presidente Aleksander Čeferin che ha dichiarato: “Il calcio è stato creato per connettere le persone, e vogliamo mostrare il nostro rispetto per Omar e le sue straordinarie capacità di leadership in campo”. Un gesto che, secondo analisti di Bruxelles, va letto anche come presa di posizione politica: mentre Washington irrigidisce i controlli, l’Europa calcistica rivendica un’idea inclusiva dello sport, offrendo un palcoscenico alternativo a chi viene escluso dal circuito americano. La partita di Salisburgo, in Austria, diventa così un crocevia diplomatico, a poche settimane da un Mondiale che ha già messo in luce le frizioni tra la macchina organizzativa della FIFA e le legislazioni nazionali.
Dietro il caso Artan si staglia una questione più ampia. Il Mondiale 2026, il primo con tre paesi ospitanti e un formato allargato, si sta svolgendo in un clima segnato da dispute su visti, prezzi dei biglietti e dalla compresenza di tre sovranità diverse, due delle quali sottoposte alla politica migratoria restrittiva voluta da Donald Trump. La vicenda del fischietto somalo – che avrebbe dovuto essere il primo arbitro della sua nazione a un Mondiale – mostra quanto sia fragile il principio di libera circolazione degli sportivi quando si scontra con le logiche securitarie. E mentre l’Africa osserva con amarezza, l’Asia segue con interesse una storia che potrebbe ripetersi in futuro, ora che la FIFA ha annunciato che l’edizione del 2030 si terrà su tre continenti. La domanda che resta aperta è se il calcio riuscirà a preservare la propria universalità, o se i confini nazionali finiranno per segmentare anche il rettangolo verde.
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