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Il traffico di specie selvatiche passa da una valigia abbandonata a Dubai

Oltre duecento animali vivi sequestrati in un aeroporto, mentre in Messico una tigre del Bengala viene trovata in un residence. Due casi che illuminano le rotte globali del contrabbando faunistico.

Diritto5 testate3 lingue3 min letturaAgg. 21:01

Duecentoventitré animali vivi, stipati in una valigia senza proprietario e senza etichette, sono stati intercettati dai funzionari della dogana di Dubai all’aeroporto internazionale. Lucertole, scorpioni, serpenti e rane – 129 sauri, 36 aracnidi, 8 ofidi e 50 anfibi, secondo il dettaglio fornito dalle autorità emiratine – viaggiavano in condizioni disperate, destinati con ogni probabilità a un mercato nero che non conosce frontiere. La valigia, abbandonata tra i flussi di milioni di passeggeri che ogni anno transitano per uno degli hub aeroportuali più trafficati del pianeta, ha insospettito gli ispettori per una serie di indicatori di rischio che l’esperienza ha affinato. Una volta aperta, ha rivelato un campionario di biodiversità a rischio: molte delle specie sequestrate rientrano nelle tutele della Convenzione CITES, il trattato internazionale che dal 1975 regola il commercio di flora e fauna minacciate.

L’episodio di Dubai non è isolato. A Zapopan, nello stato messicano di Jalisco, la segnalazione di una tigre del Bengala che si aggirava in un complesso residenziale ha innescato un’operazione della Fiscalía General de la República e della polizia ambientale federale. Il successivo mandato di perquisizione ha portato al sequestro di sei animali protetti, tra cui un coccodrillo. Secondo gli analisti della regione latinoamericana, il Messico è sempre più spesso non solo paese di origine e transito, ma anche mercato finale per specie esotiche, alimentato da collezionisti privati e da una domanda di animali da compagnia fuori da ogni controllo. I due casi, pur distanti geograficamente, disegnano una mappa coerente: il traffico di fauna selvatica si adatta alle rotte commerciali globali, sfruttando la porosità dei grandi snodi logistici e la debolezza dei controlli in aree residenziali apparentemente insospettabili.

Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, questi sequestri rappresentano un campanello d’allarme. La penisola è uno dei principali punti di ingresso nel continente per animali vivi e prodotti derivati, grazie ai porti di Genova, Trieste e Gioia Tauro e agli aeroporti di Malpensa e Fiumicino. Le organizzazioni criminali, secondo i rapporti di Europol, integrano sempre più spesso il traffico di specie selvatiche con altre attività illecite, dal narcotraffico al riciclaggio di denaro. La pandemia ha accelerato la digitalizzazione del commercio illegale: piattaforme online e social network facilitano ordinazioni e consegne, rendendo più difficile l’intercettazione. La prontezza dei doganieri emiratini – che hanno immediatamente trasferito gli animali al Ministero del Cambiamento Climatico e dell’Ambiente per le cure necessarie e le procedure legali – dimostra quanto sia cruciale la formazione del personale di prima linea, ma anche quanto resti fragile la rete globale di contrasto.

Guardando avanti, la sfida per la comunità internazionale è duplice: rafforzare la cooperazione tra agenzie doganali, forze di polizia e autorità ambientali, e colpire la domanda che alimenta il mercato. La CITES, pur essendo uno strumento giuridico solido, soffre di applicazione disomogenea e di risorse insufficienti. I successi operativi come quello di Dubai, e la capacità di reagire a segnalazioni locali come in Messico, indicano che la deterrenza è possibile quando intelligence e controlli si combinano. Ma finché un esemplare di tigre del Bengala potrà essere acquistato con un clic e spedito in una valigia anonima, la pressione sulla biodiversità globale continuerà a crescere.

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Emirates 24/712 giu, 19:22
Khaleej Times12 giu, 12:44
An-Nahar12 giu, 18:24
Infobae México12 giu, 17:23
Sky News Arabia12 giu, 17:24