Il petrolio scivola sotto i 90 dollari: la tregua annunciata da Trump raffredda i mercati
Brent e WTI perdono oltre il 3% dopo la cancellazione dei raid sull'Iran. Le speranze di un accordo riaprono lo Stretto di Hormuz, ma Teheran frena. I prezzi restano lontani dai livelli pre-crisi.

I mercati petroliferi hanno vissuto venerdì una brusca inversione di rotta, con i benchmark internazionali che hanno sfondato al ribasso la soglia psicologica dei 90 dollari al barile. Il Brent, riferimento per l'Europa, è scivolato fino a 87 dollari, toccando minimi che non si vedevano dalla metà di aprile, mentre il WTI americano è arretrato attorno a 84,50 dollari, con perdite giornaliere superiori al 3%. A innescare la svendita è stata la dichiarazione del presidente Donald Trump, che ha annunciato la cancellazione dei raid pianificati contro l'Iran e ha lasciato intendere che un memorandum d'intesa per un cessate il fuoco potrebbe essere firmato già questo fine settimana in Europa, con la riapertura ufficiale dello Stretto di Hormuz.
La notizia ha agito come un potente detonatore sulle quotazioni, che solo pochi giorni prima avevano incorporato un pesante premio di rischio bellico dopo gli attacchi reciproci tra Stati Uniti e Iran. Prima dell'escalation, a fine febbraio, il greggio viaggiava intorno ai 72 dollari: un livello che gli analisti del Golfo considerano ancora lontano, e che potrebbe essere raggiunto soltanto con una pacificazione completa e verificabile della regione. Il greggio Murban, punto di riferimento per le esportazioni mediorientali verso l'Asia, ha seguito la stessa traiettoria, scendendo sotto gli 84 dollari, segno che la percezione di un'imminente interruzione delle forniture si sta rapidamente dissolvendo.
Eppure, la reazione dei mercati finanziari – che ha premiato anche i titoli azionari e spinto al ribasso i rendimenti obbligazionari – cozza con la cautela che filtra da Teheran. L'agenzia semi-ufficiale Fars ha precisato che l'Iran non ha ancora approvato alcun testo di accordo, e fonti diplomatiche europee invitano a non scambiare un'intesa tecnica per una pace consolidata. L'analista Tony Sycamore ha parlato di «un'altra falsa speranza», sottolineando come la volatilità resti estrema. In questo quadro, il mercato sembra aver reagito più alla rimozione del rischio immediato di nuovi bombardamenti che a una reale svolta negoziale.
Per l'Europa e l'Italia, il raffreddamento delle quotazioni del barile porta un sollievo immediato, ma anche un monito. I contratti future sul gas naturale al TTF di Amsterdam sono scesi di oltre 3 euro, a 46,20 euro per megawattora, dimostrando quanto i mercati energetici del Vecchio Continente restino intrecciati con la stabilità del Golfo. Un'eventuale riapertura di Hormuz allenterebbe la pressione sui costi di importazione, ma la dipendenza strutturale dalle rotte mediorientali espone l'Italia a ogni sussulto geopolitico. Bruxelles osserva con sollievo la tregua annunciata, ma sa che la volatilità può riaccendersi in poche ore.
La seduta di venerdì lascia dunque in eredità un greggio più economico ma un orizzonte carico di incognite. I minimi toccati ad aprile, quando un precedente tentativo di dialogo era naufragato, ricordano che i prezzi possono risalire con la stessa rapidità con cui sono scesi. Se la diplomazia confermerà i progressi millantati da Trump, i mercati potrebbero avviare un lento riallineamento verso i 72 dollari pre-crisi; in caso contrario, il premio di rischio tornerà a gonfiare le quotazioni, con effetti immediati sui listini energetici europei e sulle economie importatrici nette come quella italiana.
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