Il Mondiale più grande della storia già delude: hotel vuoti e costi proibitivi
Biglietti a quasi 8.000 dollari per la finale, visti difficili e clima anti-immigrazione frenano l’afflusso negli USA. Il Messico cerca il Guinness della ola, ma l’accessibilità resta un miraggio.

Paradossale, ma già scritto nelle cifre: il Mondiale 2026 si annuncia come l’edizione più colossale di sempre – 48 squadre, 104 partite, oltre 5 milioni di biglietti venduti – eppure le prenotazioni alberghiere nelle città statunitensi restano ben al di sotto delle attese. L’American Hotel & Lodging Association, in una nota ripresa da più testate, conferma che quasi tutte le sedi a stelle e strisce registrano numeri deludenti, mentre il prezzo della finale del 19 luglio al MetLife Stadium ha già toccato quota 7.900 dollari. Il gigante rischia di restare semivuoto.
Dalla stampa economica iraniana il fenomeno viene letto come il frutto di una catena di ostacoli: l’incognita dei visti, le tensioni geopolitiche e, soprattutto, il peso insostenibile dei biglietti, che scoraggiano il turismo di massa. Oltreoceano, l’analisi si fa più tagliente. Negli Stati Uniti, osservatori e associazioni di categoria attribuiscono una quota rilevante del calo alla presidenza Trump: il flusso di visitatori internazionali è diminuito del 5,5 per cento l’anno scorso, mentre gli arrivi dal Canada – tradizionale serbatoio turistico – sono precipitati del 21 per cento. Per l’associazione degli albergatori, «il percorso verso gli Stati Uniti assomiglia sempre meno a un tappeto rosso», un’ammissione che suona come un campanello d’allarme per l’intero settore.
Oltre all’ostilità percepita alle frontiere, pesa l’assenza di quella visione di accoglienza che altrove ha fatto la fortuna dei tornei. I media britannici ricordano che dal “Sommermärchen” tedesco del 2006, con il suo KombiTicket per i trasporti gratuiti, alla Russia 2018 e al Qatar 2022 con treni e metropolitane inclusi nel biglietto, il calcio aveva saputo farsi esperienza popolare e accessibile. Nulla di tutto questo è previsto negli Stati Uniti, dove gli spostamenti tra le undici città ospitanti si annunciano onerosi e frammentati, tanto da far parlare di «Mondiale più inaccessibile di sempre». Per i tifosi europei, abituati a uno standard di ospitalità che l’Italia stessa ha contribuito a costruire, il confronto è impietoso.
Mentre l’America si interroga sulla sua capacità di accogliere, il Messico gioca la carta della festa. Le autorità di Città del Messico hanno ufficializzato il tentativo di infrangere il Guinness World Record per l’“ola” più grande del pianeta, fissando la data del 6 giugno. Un gesto di pura spettacolarità che cerca di mantenere vivo lo spirito collettivo del calcio, ma che stride con le barriere materiali erette a nord del Rio Bravo. È il tentativo di ribadire, almeno sul piano simbolico, che il pallone sa ancora unire.
Per l’Italia, assente dal campo ma non dal cuore dei propri appassionati, la vicenda assume i contorni di un monito. Il Mondiale del 2026 rischia di diventare un gigante con i piedi d’argilla, dove la potenza organizzativa americana non basta a compensare la mancanza di una politica di accoglienza coerente. Se la più grande Coppa del Mondo della storia si chiuderà con un’impronta di freddezza e costi escludenti, il soft power a stelle e strisce uscirà indebolito, proprio nell’anno in cui l’Europa cercherà nuovi modelli di turismo sostenibile e inclusivo.
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