Ghana sospende la tassa sui wallet, ma l’Africa cerca una via sovrana tra risorse e transizione verde
Accra congela la commissione sui trasferimenti mobile money, mentre il continente dibatte tasse digitali, contratti minerari e un clima finanziario imposto dall’esterno.

La decisione della Banca del Ghana di sospendere la controversa commissione dello 0,75 per cento sui trasferimenti diretti da wallet a conto bancario ha riacceso un dibattito che supera i confini nazionali. Il provvedimento, rinviato dopo l’intervento immediato dell’autorità monetaria, era stato percepito da molti cittadini come una riedizione mascherata della mal digerita Electronic Transfer Levy. Il capogruppo di maggioranza Rockson-Nelson Dafeamekpor ha respinto ogni analogia, ricordando che solo il Parlamento può imporre tributi, mentre il ministro delle Comunicazioni è stato invitato a concentrarsi sulla protezione dei consumatori digitali. Eppure, a poche ore dalla sospensione, l’annuncio dell’applicazione dell’IVA sulle imprese online a partire da giugno ha alimentato il timore che la pressione fiscale sui giovani e sulle piccole attività digitali finisca per frenare proprio quell’inclusione finanziaria che l’interoperabilità doveva rafforzare.
La tensione tra esigenze di cassa e sviluppo si ripropone con forza anche sul fronte minerario. Il Ghana possiede sette cinture aurifere ancora largamente inesplorate, ma economisti e analisti locali denunciano che i ritorni fiscali del settore restano troppo modesti rispetto al volume dell’attività estrattiva. La firma di un accordo tra il GoldBod e una raffineria nazionale punta a trattenere maggior valore aggiunto nel paese, mentre esperti del calibro di Gideon Ayi Owoo di Deloitte Africa chiedono che i rinnovi delle licenze minerarie siano vincolati a precisi obiettivi di industrializzazione. Parallelamente, la piaga del galamsey – l’estrazione illegale che devasta i corsi d’acqua – ha spinto figure diplomatiche panafricane a proporre un fondo per mezzi di sussistenza sostenibili, nella consapevolezza che la sola repressione non risolve un problema radicato nell’assenza di alternative economiche.
Spostando lo sguardo a est, il Kenya mostra dinamiche complementari. Le contee accumulano debiti commerciali per miliardi di scellini, firmando contratti con i fornitori senza la capacità finanziaria di onorarli, mentre Nairobi tenta di regolarizzare allacci idrici abusivi con tanto di multe salate e periodi di grazia. Sul fronte climatico, le banche keniote stanno integrando il rischio fisico e di transizione nei loro prodotti, consapevoli che siccità e alluvioni non sono più eventi remoti ma parte della quotidianità contabile. E mentre il Parlamento esamina il Finance Bill 2026, la società civile mette in guardia contro la disinformazione che accompagna le clausole fiscali e che può generare allarme sociale prima ancora del dibattito parlamentare.
È in questo mosaico che si inseriscono le strategie macroregionali. Secondo gli analisti di Addis Abeba e di Bruxelles, l’Etiopia, il Kenya e lo stesso Ghana stanno lavorando a catene del valore libere da deforestazione per rispondere al regolamento europeo EUDR, che rischia di escludere i produttori africani dal mercato unico se non si adeguano a standard ambientali stringenti. Al contempo, le banche centrali africane, dalla Uganda al Ghana, rafforzano le riserve auree e studiano modelli di finanziamento garantiti dalle risorse minerarie: un segnale della volontà di ancorare la sovranità monetaria a beni tangibili, in un contesto globale in cui il dollaro e l’euro restano esposti a scosse geopolitiche. La recente intesa sino-zambiana da un miliardo e mezzo di dollari per solare, eolico e carbone illustra la natura pragmatica di una transizione energetica che l’Africa vuole guidare secondo i propri tempi e bisogni.
L’orizzonte analitico restituisce l’immagine di un continente che non intende più subire ricette calate dall’alto. Dalla critica indonesiana verso un’ambientalismo globale che nasconde nuovi protezionismi verdi, alla strategia quinquennale dell’African Climate Foundation per un’azione climatica guidata dagli africani, emerge una linea comune: la fiscalità – sia essa digitale, mineraria o ambientale – non può essere solo estrazione di gettito, ma deve diventare leva di trasformazione produttiva e presidio contro le disuguaglianze. La vera sfida, per i governi di Accra, Nairobi e delle altre capitali, sarà dimostrare che le sospensioni e i fondi annunciati non sono semplici pause tattiche, ma i primi passi di una governance finalmente capace di unire rigore, equità e visione industriale.
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