Belfast in fiamme: la lista nera che la polizia conosceva da mesi
Un’aggressione con coltello da parte di un richiedente asilo sudanese scatena violenze razziste. La polizia era stata avvertita di una “lista” di indirizzi di immigrati, ma non è intervenuta.

La notizia più inquietante emersa dalle ceneri di Belfast non riguarda soltanto la brutalità dell’accoltellamento che ha scatenato il caos, ma il fatto che le forze dell’ordine fossero state avvertite con mesi di anticipo. Secondo fonti svedesi e britanniche, un gruppo di volontari che monitora le attività dell’estrema destra online, l’Accountability Project Northern Ireland, aveva segnalato alla polizia già dal novembre 2025 l’esistenza di una “lista di attacco” con indirizzi di persone di origine immigrata. La lista, circolante in ambienti neonazisti dall’agosto precedente e formalmente trasmessa alle autorità nel gennaio 2026, conteneva proprio gli edifici poi presi di mira durante i pogrom della scorsa settimana. Il dato getta un’ombra pesante sulla gestione dell’ordine pubblico e solleva interrogativi che superano i confini dell’Irlanda del Nord.
La scintilla è stata l’aggressione avvenuta lunedì 8 giugno, quando Hadi Alodid, trentenne sudanese, ha colpito con un coltello da cucina Stephen Ogilvie, un operatore sanitario di Belfast, ferendolo al volto e al collo e accecandolo a un occhio. Testimoni hanno descritto la scena come “un film horror”. Alodid, stando ai ritratti tracciati dalla stampa francese e italiana, proviene da una famiglia di notabili di Karima, era stato poliziotto a Khartoum ed è giunto in Europa via Parigi, per poi raggiungere Belfast in autobus da Dublino. La sua domanda di asilo è stata accolta con una procedura accelerata, senza colloquio, garantendogli un permesso di soggiorno fino al 2028. Questo dettaglio ha alimentato la rabbia di una piazza già surriscaldata da mesi di retorica anti-immigrazione.
Nel giro di poche ore il video dell’attacco è diventato virale, amplificato da influencer di estrema destra e, secondo i media tedeschi e italiani, dallo stesso Elon Musk, che con i suoi interventi ha contribuito a trasformare un fatto di cronaca in un detonatore politico. Le proteste, degenerate in scontri con la polizia, incendi di auto e abitazioni, si sono estese ad altre città del Regno Unito, accompagnate da cori come “White lives matter”. A Belfast, per tre notti, la città è rimasta in stato d’assedio: negozi chiusi, trasporti pubblici sospesi, scuole fatte uscire in anticipo. I vigili del fuoco hanno risposto a oltre sessanta chiamate.
Dietro le fiamme, però, c’è anche una storia di paura quotidiana. La stampa portoghese e svedese ha raccolto le voci delle comunità immigrate: “Donne e bambini sono terrorizzati”, ha detto Twasul Mohammed, rifugiato sudanese arrivato nel 2016. “Non mando i miei figli a scuola da quando è successo”. Su Lendrick Street, nella parte orientale della città, una residente ha commentato con un laconico “för jävligt” – troppo orribile – indicando auto bruciate e finestre infrante. La critica di alcuni osservatori britannici, secondo cui i media tradizionali avrebbero omesso deliberatamente lo status di immigrato dell’aggressore, aggiunge un ulteriore strato di tensione a un dibattito già avvelenato.
Per l’Europa, Belfast non è un caso isolato. Analisti di Bruxelles vedono in questa sequenza – un crimine efferato, una reazione xenofoba organizzata, un’autorità che sapeva e non ha agito – il paradigma di una crisi più ampia. La velocità con cui le piattaforme social trasformano la rabbia in mobilitazione violenta, unita alla fragilità dei sistemi di asilo e alla sottovalutazione delle reti estremiste, disegna uno scenario che potrebbe replicarsi in qualsiasi periferia del continente. L’Italia, con i suoi porti e i suoi centri di accoglienza, non è spettatrice ma parte in causa di una frattura che Belfast ha reso visibile a tutti.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
Un violento accoltellamento da parte di un richiedente asilo sudanese ha scatenato a Belfast proteste anti-immigrati e disordini urbani. Influencer di estrema destra e social media hanno alimentato le violenze, mentre la polizia era già a conoscenza di liste di obiettivi contro immigrati. La città vive giorni di paura e tensione, con un dibattito acceso sul razzismo e la manipolazione dell'opinione pubblica.
La violenza contro gli immigrati diffonde paura a Belfast. Dopo un accoltellamento per cui un sudanese è accusato di tentato omicidio, gruppi mascherati hanno attaccato case e negozi di persone considerate immigrate. Le comunità di minoranze etniche, compresi rifugiati sudanesi, denunciano che donne e bambini sono terrorizzati e sotto shock, con il timore di uscire di casa.
Belfast è in fiamme a causa di un 'richiedente asilo' sudanese che ha tentato di decapitare un uomo del posto, accecandolo. I media si rifiutano di spiegare il vero motivo, insabbiando il legame con l'immigrazione. La popolazione è insorta in rivolte contro le politiche di asilo fallimentari e la disonestà dei media.
Le rivolte di Belfast, innescate dall'aggressione di un richiedente asilo sudanese, sono entrate rapidamente nel dibattito politico australiano. Un senatore sostiene che l'episodio dimostri la necessità di un maggiore controllo su chi entra nel paese. L'evento viene presentato come un banco di prova per il modello migratorio australiano, nonostante la distanza geografica.
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