Afghanistan, il burqa e il sangue: due morti nella protesta contro gli arresti delle donne
A Herat la polizia morale talebana ha arrestato decine di donne per violazione del codice di abbigliamento. La repressione della manifestazione ha causato almeno due vittime, tra cui un bambino.

La repressione talebana sui corpi delle donne afghane ha varcato una nuova, tragica soglia. A Herat, nell’ovest del Paese, una protesta scoppiata contro gli arresti di massa di donne accusate di non indossare correttamente il chador o il burqa è stata dispersa a colpi d’arma da fuoco dalle forze di sicurezza. Il bilancio, confermato da testimoni oculari e rilanciato dalle agenzie internazionali, parla di almeno due morti – tra cui un ragazzino – e oltre venti feriti. La manifestazione, che aveva riunito un centinaio di persone tra uomini, donne e bambini nel distretto di Injil, è stata soffocata con una violenza che riporta alla mente i giorni più bui del regime.
All’origine della protesta c’è l’ennesima stretta della cosiddetta polizia della virtù, che nei giorni precedenti aveva prelevato dalle strade e dalle case almeno trenta donne con l’accusa di “violazione delle regole di abbigliamento”. Fonti mediorientali e occidentali concordano nel descrivere un’operazione pianificata, condotta con il volto coperto e senza mandato, che ha gettato nel terrore la popolazione femminile della città. Alcune delle arrestate sono state rilasciate nelle ore successive, ma il messaggio intimidatorio è rimasto impresso nella comunità: il corpo femminile resta il campo di battaglia simbolico su cui i talebani misurano la propria autorità.
La reazione delle Nazioni Unite non si è fatta attendere. L’agenzia ONU Donne ha denunciato che “gli arresti hanno accresciuto la paura e l’apprensione tra donne e ragazze in tutto l’Afghanistan”, mentre un gruppo di esperti indipendenti del Consiglio per i diritti umani ha condannato la repressione della protesta, sottolineando l’uso sproporzionato della forza contro civili disarmati. Da Bruxelles, gli analisti osservano come questo episodio si inserisca in un progressivo strangolamento dei diritti fondamentali che rende sempre più difficile qualsiasi ipotesi di dialogo con il governo di Kabul, nonostante le pressioni di alcuni Stati membri per un pragmatismo dettato dalla gestione dei flussi migratori.
Per l’Italia e l’Europa, l’ennesima escalation repressiva ripropone interrogativi irrisolti. La strategia di contenimento dei flussi afghani, affidata a intese informali e a finanziamenti condizionati, rischia di apparire complice di un regime che spara sui bambini che manifestano per la libertà delle proprie madri. L’episodio di Herat, con la sua carica simbolica, potrebbe accelerare il dibattito in sede di Consiglio Affari Esteri sulla sospensione di ogni forma di riconoscimento indiretto, restituendo centralità alla condizionalità sui diritti umani che l’emergenza migratoria aveva progressivamente eroso.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
La copertura europea continentale combina due aspetti: da un lato, il racconto di una segreta e coraggiosa operazione di salvataggio delle cicliste afghane dal regime talebano; dall'altro, la dura condanna degli esperti ONU per la recente repressione violenta delle proteste femminili a Herat. L'operazione è descritta come un'impresa incredibile, mentre le violenze sono presentate come una grave violazione dei diritti umani.
La stampa atlantica mette in luce le conseguenze letali dell'applicazione del codice di abbigliamento talebano, riportando due morti durante le proteste contro l'arresto di decine di donne. Il tono è urgente e accusatorio, sottolineando la violenza e le critiche dell'ONU.
I media del Golfo arabo riportano gli arresti di 30 donne per violazione delle norme sull'hijab, concentrandosi sulla paura e ansia che questo ha provocato tra le donne afghane. La copertura è fattuale ma trasmette la gravità della situazione, citando le dichiarazioni di UN Women.
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