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Sequestro, droni e colloqui saltati: la tregua USA-Iran vacilla nel Golfo

L’abbordaggio della nave Touska da parte della marina americana scatena la rappresaglia iraniana con droni e fa deragliare il secondo round negoziale di Islamabad, mentre la fragile tregua rischia di sfaldarsi.

Politica17 testate5 lingue3 min letturaAgg. 07:55

La domenica del 19 aprile ha segnato il punto di rottura della precaria tregua tra Washington e Teheran. Il cacciatorpediniere lanciamissili USS Spruance, impegnato a far rispettare il blocco navale imposto dagli Stati Uniti ai porti iraniani, ha intercettato nel Golfo di Oman il cargo Touska, battente bandiera iraniana e in rotta verso Bandar Abbas dopo essere salpato dal porto cinese di Gaolan. Dopo quasi sei ore di avvertimenti radio ignorati, le forze americane hanno intimato l’evacuazione della sala macchine e hanno aperto il fuoco con il cannone da cinque pollici Mk 45, squarciando lo scafo e immobilizzando la nave. Marines del 31° Battaglione Expeditionary sono quindi saliti a bordo prendendone il controllo. Il presidente Trump ha rivendicato l’operazione su Truth Social, mentre il Centcom diffondeva il video dell’attacco. Secondo fonti d’intelligence riprese dalla stampa americana, il Touska poteva trasportare perclorato di sodio, componente essenziale per propellenti missilistici, circostanza che getta un’ombra sulle reali finalità del convoglio.

La reazione iraniana non si è fatta attendere. Il comando militare congiunto Khatam al-Anbiya ha bollato il sequestro come «pirateria armata» e aperta violazione del cessate il fuoco bilaterale, annunciando una rappresaglia imminente. Nelle ore successive, droni iraniani hanno effettivamente preso di mira alcune unità navali statunitensi nel Mar Arabico, come confermato dall’agenzia semiufficiale Tasnim. Contemporaneamente, Teheran ha formalizzato il rifiuto di partecipare al secondo round di colloqui previsto a Islamabad, dove il vicepresidente JD Vance avrebbe dovuto guidare la delegazione americana. Il ministro degli Esteri iraniano ha subordinato ogni ulteriore dialogo alla rimozione del «principale ostacolo»: il blocco navale che stringe i porti del Paese e alimenta la spirale di chiusure reciproche dello Stretto di Hormuz, già dichiarato «completamente aperto» e poi nuovamente minacciato di blocco.

Il cortocircuito diplomatico e militare mette in allarme le cancellerie europee. A Bruxelles si guarda con crescente inquietudine alla minaccia per la libertà di navigazione in un corridoio da cui transita un quinto del greggio mondiale. L’Italia, in particolare, è direttamente coinvolta: il presidente del Consiglio Meloni ha confermato che Roma farà la sua parte per garantire la sicurezza della navigazione nello Stretto, ma soltanto quando il cessate il fuoco sarà consolidato e dopo il voto parlamentare. La tensione si riverbera anche sul teatro libanese, dove è caduto un casco blu francese di Unifil in un attacco attribuito a Hezbollah, episodio che ha spinto il presidente Mattarella a esprimere sdegno. Così, mentre il confine tra deterrenza e provocazione si assottiglia, anche la missione di pace collaterale nell’area mostra crepe profonde.

Le prospettive di una de-escalation appaiono esigue. La tregua di due settimane scade il 22 aprile e la linea della Casa Bianca resta duplice: da un lato Trump minaccia nuove incursioni contro centrali elettriche e ponti iraniani, dall’altro invia negoziatori in Pakistan. Dal canto suo, il regime di Teheran, pressato dall’opinione pubblica interna e dai Pasdaran, non può tollerare l’umiliazione del sequestro senza reagire, ma sa che una guerra aperta chiuderebbe definitivamente Hormuz azzerando le proprie esportazioni di petrolio. La partita si gioca ora sulla capacità dei mediatori — Islamabad in primis — di scongiurare che l’incidente Touska diventi il casus belli di una crisi che rischia di travolgere non solo il Golfo, ma l’intera economia energetica globale.

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