Perù, Fujimori avanti di mille voti: le borse esultano, il sud andino freme
La figlia dell'ex presidente autoritario guida per un soffio su Sánchez. I mercati festeggiano, ma le regioni meridionali temono il ritorno del fujimorismo.

A scrutinio quasi ultimato, il Perù si sveglia con una presidente virtuale, ma non ancora proclamata. Keiko Fujimori, erede politica dell’ex autocrate Alberto Fujimori, ha superato il candidato della sinistra Roberto Sánchez per un margine che oscilla tra i seicento e i milletrecento voti, a seconda dei bollettini. Il sorpasso è maturato grazie al voto degli espatriati, che hanno premiato la candidata di Fuerza Popular con oltre il 60% delle preferenze, ribaltando un conteggio che fino a poche ore prima vedeva Sánchez in testa. La Borsa di Lima ha reagito con un’impennata dell’8% in tre giorni e il dollaro ha ceduto terreno: i mercati scommettono su un esecutivo favorevole agli investimenti, ma la reazione finanziaria racconta solo metà del paese.
La contesa oppone due visioni radicalmente diverse del Perù. Keiko Fujimori, alla quarta candidatura presidenziale, porta con sé l’ombra del padre, condannato per corruzione e violazioni dei diritti umani, e il ricordo di un Congresso che negli ultimi cinque anni ha contribuito a destituire tre presidenti. Sánchez, deputato di Juntos por el Perú, incarna invece la promessa di una rottura con l’establishment che ha lasciato il paese in una crisi sociale profonda: povertà al 25,7%, anemia infantile oltre il 40%, lavoro informale dilagante. Il paradosso, osservato dagli analisti politici latinoamericani, è che proprio la destra, tradizionalmente garante della continuità, si presenta oggi come forza di cambiamento dopo anni di instabilità cronica.
Il risultato definitivo è tutt’altro che scontato. Oltre cento atti elettorali contestati sono stati inviati al Tribunale elettorale nazionale (JNE) per un riconteggio che potrebbe durare settimane. La maggior parte proviene dall’area metropolitana di Lima, tradizionale roccaforte di Fujimori, il che lascia presagire un consolidamento del suo vantaggio. Ma nelle regioni andine del sud, dove Sánchez ha raccolto un consenso ampio, il “sorpasso” alimentato dalle urne estere viene vissuto come un’imposizione della capitale e della diaspora, e cresce il timore di proteste che potrebbero infiammare un paese già segnato da fratture etniche e territoriali.
Per l’Europa e l’Italia, il Perù non è un osservato speciale solo per ragioni di stabilità democratica. Il paese è il secondo produttore mondiale di rame e un fornitore cruciale di minerali strategici per la transizione energetica. Un esecutivo Fujimori, prevedibilmente ortodosso in economia e aperto agli investimenti esteri, rassicurerebbe le cancellerie occidentali e le imprese minerarie, ma dovrebbe governare una nazione spaccata a metà, con un margine di legittimità così esiguo da rendere ogni riforma un negoziato ad alto rischio. La sfida, per chiunque vinca, sarà ricucire un tessuto sociale lacerato, prima che la prossima crisi istituzionale travolga anche questa presidenza.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
Il voto degli expatriate ha spinto il sorpasso di Keiko Fujimori sul candidato di sinistra Roberto Sánchez, suscitando un forte rigetto nel sud andino. Con il 98% delle schede scrutinate, Fujimori guida con un margine minimo, consolidando un cambio definitivo dopo giorni di incertezza.
Keiko Fujimori mantiene un vantaggio minimo sul candidato di sinistra Roberto Sánchez, mentre la Borsa di Lima sale spinta dalle attese di un esito favorevole al mercato. Gli analisti vedono in una probabile vittoria di Fujimori l'occasione per chiudere un ciclo di instabilità politica e deterioramento fiscale, pur segnalando eccessi speculativi.
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