L’inflazione globale a due velocità e il paradosso argentino
Buenos Aires attende un dato di maggio in calo, tra il 2,1 e il 2,4%, ma il settore tessile perde oltre 22mila posti di lavoro. Intanto, dagli Stati Uniti al Bangladesh, i prezzi dettano l’agenda delle banche centrali.

La settimana che si apre offre un affresco delle tensioni inflazionistiche che attraversano l’economia mondiale, con una marcata divergenza tra le speranze di stabilizzazione e le realtà produttive. Negli Stati Uniti e in Brasile, i mercati sono in attesa dei dati sull’inflazione al consumo e alla produzione di maggio, che potrebbero orientare le prossime mosse della Federal Reserve e del Banco Central do Brasil, in un clima di cautela alimentato dai toni più conservatori di alcuni banchieri centrali. In Argentina, invece, il governo di Javier Milei pregusta una nuova decelerazione: secondo le stime degli analisti e il Relevamiento de Expectativas de Mercado, l’indice dei prezzi si attesterà tra il 2,1 e il 2,4%, in calo rispetto al 2,6% di aprile. Il presidente e il ministro Caputo, intervenendo al Latam Economic Forum, hanno promesso un «circolo virtuoso» di minore inflazione e maggiore crescita. Ma il traguardo, per quanto migliorativo, resta lontano da qualunque soglia di normalità.
Dietro la facciata macroeconomica, il tessuto produttivo argentino mostra crepe profonde. Il settore tessile e dell’abbigliamento è in caduta libera: negli ultimi due anni ha perso 22.156 posti di lavoro e, dal dicembre 2023, 803 stabilimenti hanno chiuso i battenti. Il 70% delle macchine è fermo, soffocato dal crollo dei consumi interni, dall’apertura accelerata alle importazioni e da costi sistemici elevati. La fotografia scattata dal Monitor del Desempeño Industrial della UIA non è più confortante: ad aprile, quasi il 40% delle industrie ha registrato cali di produzione, con le micro e piccole imprese colpite in misura ancora maggiore. Le vendite al dettaglio delle pmi, secondo la CAME, sono scese su base annua dell’1,2% a maggio, accumulando un -3,1% nei primi cinque mesi. Solo un rimbalzo mensile destagionalizzato, trainato da promozioni e finanziamenti a tasso zero, mitiga l’emorragia di un consumo ormai concentrato sui beni essenziali.
Lo scenario latinoamericano è tutt’altro che omogeneo. La Colombia ha visto l’inflazione accelerare al 5,84% annuo, il dato più alto da agosto 2024, sospinta da alloggi, alimentari e ristorazione, e sta alimentando le pressioni per un rialzo dei tassi. Ancora più drammatica la situazione in Bangladesh, dove a maggio l’indice ha raggiunto il 9,42%, massimo da sedici mesi, per effetto dei rincari dei carburanti che hanno aggravato il costo della vita per le famiglie a reddito fisso. Anche in Europa, del resto, la fiammata energetica e alimentare degli ultimi anni ha lasciato cicatrici nel potere d’acquisto, rendendo familiari dinamiche che Buenos Aires vive in forma esasperata.
Per l’Italia e i suoi investitori, il «caso argentino» rappresenta un laboratorio estremo di aggiustamento macroeconomico. La scommessa di Milei – domare l’inflazione con l’ortodossia di bilancio e la stretta monetaria – sta producendo i primi risultati statistici, ma al prezzo di una desertificazione industriale e sociale che ricorda le peggiori crisi di aggiustamento strutturale. Se il dato di maggio confermerà la tendenza, i mercati finanziari potranno brindare a un altro passo verso la stabilizzazione; ma nelle periferie produttive, tra telai spenti e vetrine vuote, si addensa il costo umano di una terapia che l’Europa, dopo le lezioni del decennio scorso, osserva con un misto di speranza e inquietudine.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
In America Latina, le notizie economiche si concentrano sull'inflazione persistente e sul declino industriale. L'Argentina riporta che l'inflazione di maggio potrebbe essere rallentata ma rimane sopra il 2%, mentre le vendite al dettaglio continuano a calare. Il settore tessile è descritto in 'caduta libera' con il 70% dei macchinari inattivo e perdite record di posti di lavoro.
I media iraniani evidenziano gli aumenti globali dei prezzi del carburante come conseguenza della guerra con l'Iran, con il diesel negli Emirati Arabi Uniti aumentato dell'86%. L'inquadramento collega l'inflazione al conflitto geopolitico, mostrando implicitamente i costi a carico degli avversari.
In Bangladesh, l'inflazione ha raggiunto il 9,42% a maggio, il massimo degli ultimi 16 mesi, trainata dagli aumenti del carburante. La notizia sottolinea il peso sulle famiglie a reddito medio e basso.
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