Zelensky invoca missili dagli USA, ma la produzione langue e l’Iran distrae risorse
Il presidente ucraino lancia l’allarme sui razzi di Mosca in arrivo, denuncia i limiti produttivi americani e il peso del conflitto mediorientale sui finanziamenti. Spera in Trump per un cessate il fuoco.

L’ultimo appello di Volodymyr Zelensky rompe l’apparente staticità del fronte e scoperchia le fragilità della macchina bellica occidentale. In un’intervista alla CBS, il presidente ucraino ha avvertito che la Russia si prepara a sferrare «entro giorni» nuovi attacchi con i suoi missili più temuti – quelli balistici che le difese aeree di Kyiv faticano a intercettare con le scorte attuali. La denuncia di Zelensky non si limita alla minaccia imminente: è un grido rivolto direttamente a Washington perché acceleri la produzione di intercettori, che al ritmo attuale – denuncia – risultano drammaticamente insufficienti.
Eppure, da Oltreoceano il silenzio è la risposta più eloquente. Secondo fonti russe che riprendono l’intervista, la Casa Bianca e il Congresso non hanno ancora replicato alla lettera personale con cui Zelensky implorava un incremento delle forniture di sistemi antiaerei. La produzione americana arranca: sessanta, sessantacinque missili al mese sono «un nulla» di fronte alle necessità di un conflitto che consuma munizioni a ritmi industriali. Il paradosso è che proprio mentre le linee di assemblaggio di oltreoceano faticano a tenere il passo, il Cremlino sembra aver ritrovato slancio offensivo, costringendo Kyiv a una corsa contro il tempo per blindare i cieli.
Ma il calcolo delle risorse disponibili si complica per un fattore che va oltre il Donbass. Dalla prospettiva di Teheran, l’ombra del conflitto in Medio Oriente si allunga sui bilanci di Kiev. Lo ha ammesso lo stesso Zelensky: il deficit di finanziamenti è aggravato dalla guerra contro l’Iran e dalle tensioni che infiammano la regione. In un cortocircuito geopolitico, il sostegno occidentale a Israele e le operazioni contro Teheran finiscono per drenare fondi e attenzione che altrimenti sarebbero destinati all’Ucraina. Ecco perché, in un raro accenno di pragmatismo diplomatico, il leader ucraino ha espresso la speranza che Donald Trump e il suo team riescano a negoziare un cessate il fuoco in Medio Oriente, allentando la pressione su due fronti.
L’intreccio tra i teatri di crisi disegna uno scenario inedito per l’Europa. Mentre da Bruxelles si moltiplicano gli appelli a non distogliere lo sguardo dal fianco orientale, l’Italia e gli alleati NATO si trovano a gestire una duplice esposizione: la minaccia russa alle porte e il rischio di un disimpegno americano catalizzato dalle urgenze mediorientali. La partita si gioca sulla capacità industriale dell’Occidente e sulla tenuta politica di un fronte che, da Kyiv a Washington passando per il Golfo, mostra crepe sempre più difficili da ricucire.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
Il leader ucraino ammette che la mancanza di difese antimissilistiche rende il paese vulnerabile agli attacchi russi, attribuendo la colpa alla guerra aggressiva americana contro l'Iran che ha dirottato le forniture. Una confessione che suona come un'ammissione di debolezza, mentre Teheran denuncia la campagna ostile di Washington.
Kiev lancia l'allarme su una grande offensiva russa imminente con i missili più temuti, mentre le scorte di intercettori americani sono giudicate insufficienti. Si sollecita un rapido aumento della produzione per evitare un disastro.
Washington non ha ancora risposto all'appello di Zelensky per più difese aeree, nonostante le sue insistenze sulla minaccia dei missili balistici. Un silenzio che alimenta i dubbi sull'affidabilità del sostegno americano.
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