Xi torna a Pyongyang: la Cina riafferma la sua presa su Kim tra ombre nucleari e competizione con Mosca
Prima visita in sette anni di Xi Jinping in Corea del Nord. Un vertice che mescola coreografie sovietiche, silenzi sulla denuclearizzazione e il tentativo di Pechino di bilanciare l’influenza di Putin.

La visita di Xi Jinping a Pyongyang dell’8 e 9 giugno segna uno spartiacque nello scacchiere dell’Asia nordorientale. Accolto da parate militari, spettacoli acrobatici e una messinscena che la stampa europea ha definito «da guerra fredda», il presidente cinese ha rotto un silenzio diplomatico di sette anni per rinnovare l’alleanza con Kim Jong-un. Secondo i resoconti ufficiali diramati da KCNA e CCTV, i due leader hanno raggiunto un «consenso critico» su cooperazione strategica, commercio e difesa reciproca della sovranità, mentre Xi ha promesso di «aprire un nuovo futuro» alle relazioni bilaterali. Ma dietro il cerimoniale, gli analisti di Tokyo e Bruxelles leggono una mossa calcolata: riportare Pyongyang nell’orbita di Pechino proprio mentre il regime di Kim si è pericolosamente avvicinato a Mosca.
La sequenza degli eventi non è casuale. Xi ha incontrato Kim subito dopo aver ricevuto a Pechino Donald Trump e Vladimir Putin, un ordine che, come ha osservato l’esperto Alexey Chigadaev in un podcast della BBC russa, invia segnali precisi. Negli ultimi anni Kim ha stretto un’intesa senza precedenti con il Cremlino, fornendo munizioni e soldati per la guerra in Ucraina in cambio di derrate alimentari e tecnologia, erodendo così il tradizionale monopolio cinese sulla sopravvivenza del Nord. La stampa russa e quella cinese hanno enfatizzato il messaggio di unità, ma il vero obiettivo di Pechino, notano fonti europee, è ricordare a Pyongyang che la sua economia resta appesa al sostegno di Pechino. Il silenzio quasi assoluto sulla denuclearizzazione – che il quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung ha sintetizzato con «Xi tace e accetta» – rappresenta un’implicita accettazione dello status nucleare nordcoreano, con implicazioni che allarmano le cancellerie occidentali.
Il Giappone segue con apprensione il riavvicinamento militare tra Cina e Corea del Nord. Fonti governative nipponiche hanno dichiarato che un rafforzamento della cooperazione difensiva, in aggiunta al già solido legame tra Pyongyang e Mosca, peggiorerebbe ulteriormente l’ambiente di sicurezza intorno all’arcipelago. Anche la Corea del Sud, che sotto la presidenza di Lee Jae-myung ha timidamente riallacciato i rapporti con Pechino, guarda con cautela a un’intesa che rischia di complicare i già fragili equilibri regionali. Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, il consolidarsi di un fronte antioccidentale che unisca il peso economico cinese all’arsenale nucleare nordcoreano – con la regia russa sullo sfondo – rappresenta un fattore di instabilità ulteriore, mentre l’attenzione è assorbita dalla guerra in Ucraina e dalle tensioni commerciali transatlantiche.
In prospettiva, la mossa di Xi appare come un classico hedging da media potenza: non un allineamento incondizionato, ma un rafforzamento selettivo che consente alla Cina di restare il partner indispensabile di Kim, senza tuttavia rompere l’asse triangolare con Mosca. Il linguaggio comune del «futuro del socialismo» e la difesa della sovranità lasciano intravedere la possibilità di un blocco più coeso, capace di proiettare instabilità ben oltre la penisola coreana. Dopo anni di isolamento diplomatico, Kim Jong-un si ritrova al centro di una partita tra giganti: una posizione che, come dimostra la storia recente, rischia di aumentare la sua pericolosa autonomia.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
La visita è stata uno spettacolo sfarzoso pieno di fasto e canti patriottici, ma i due leader hanno deliberatamente evitato qualsiasi accenno alla denuclearizzazione. Xi Jinping è rimasto in silenzio mentre cresceva la sicurezza di Kim Jong Un, a dimostrazione dell'erosione della pressione internazionale su Pyongyang. I commentatori europei lo vedono come una vittoria strategica per Kim e un segno del pragmatismo cinese che ignora la non proliferazione nucleare.
L'incontro tra Xi Jinping e Kim Jong Un ha aperto un nuovo capitolo di cooperazione strategica tra le due nazioni amiche, riaffermando il loro comune impegno per la sovranità e la pace regionale. In un contesto internazionale ostile, questo vertice ha dimostrato la forza dell'asse Pechino-Pyongyang. La narrazione iraniana descrive l'evento come un trionfo della solidarietà anti-egemonica e un allineamento pragmatico contro le ingerenze occidentali.
Il vertice tra Xi e Kim ha sancito l'alleanza più temuta al mondo, unendo due potenze nucleari in un patto che potrebbe scuotere l'ordine globale da Washington a Mosca. La celebrazione cinese di una maggiore intesa non basta a placare l'allarme per un nuovo asse di proliferazione nucleare e coordinamento militare. Per molti nella regione, questa è una sfida diretta all'egemonia statunitense e una pericolosa escalation nella rivalità tra grandi potenze.
Il viaggio di Xi Jinping ha riaffermato il ruolo indispensabile della Cina nel mantenimento della stabilità regionale e ha mostrato che la Corea del Nord non può fare a meno del sostegno economico di Pechino. Il vertice ha raggiunto un consenso critico, consolidando la posizione della Cina come partner essenziale per il futuro di Pyongyang. Gli analisti cinesi sottolineano che l'impegno diplomatico di Pechino è una forza stabilizzatrice che impedisce alla penisola di sprofondare nel caos.
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