Mondiale 2026, la guerra dei visti: l'Iran costretto a giocare in trasferta permanente
Concessi i visti ai calciatori, ma respinti quelli per dirigenti e staff tecnico. La squadra si allenerà a Tijuana e varcherà il confine solo il giorno della partita. Dura accusa di discriminazione contro Washington.

A pochi giorni dal calcio d’inizio del Mondiale 2026, la partecipazione dell’Iran si trasforma in un caso diplomatico senza precedenti. Nonostante i visti siano stati rilasciati ai 26 giocatori e allo staff tecnico essenziale, circa una quindicina di dirigenti, funzionari federali e membri dell’entourage — tra cui il presidente della federazione Mehdi Taj, ex ufficiale dei pasdaran — sono stati esclusi dall’ingresso negli Stati Uniti. La squadra, originariamente prevista a Tucson, in Arizona, ha dovuto trasferire la propria base a Tijuana, in Messico, e affronterà le partite del girone (a Los Angeles e Seattle) con un regime di frontiera rigidissimo: ingresso la mattina della gara e rientro obbligatorio in territorio messicano lo stesso giorno, come ha confermato l’ambasciatore iraniano in Messico Abolfazl Pasandideh. Una condizione che trasforma ogni match in una estenuante operazione logistica.
Lo scontro sui visti è l’ultimo atto di una tensione crescente tra Washington e Tehran, aggravata dal conflitto mediorientale esploso nel febbraio scorso. Da un lato, fonti statunitensi ribadiscono che non sarà consentito a «terroristi di intrufolarsi negli Usa attraverso il meccanismo dei visti», con esplicito riferimento ai legami con i Guardiani della Rivoluzione. Dall’altro, Tehran denuncia una «deliberata discriminazione» e una violazione delle norme sportive internazionali: la federcalcio iraniana ha definito il comportamento americano «vendicativo e politico», mentre un deputato ha ricordato che «la Coppa del Mondo non è proprietà privata di nessun paese». La stessa FIFA è chiamata in causa: l’Associazione internazionale della stampa sportiva (AIPS) ha scritto al massimo organismo per segnalare i problemi di visto affrontati anche da giornalisti accreditati.
La stampa europea coglie la portata storica della vicenda: è la prima volta che un paese ospitante è in guerra con una nazionale partecipante, e si teme che il Mondiale possa diventare un’arena di ritorsioni politiche. I media latinoamericani sottolineano l’assurdità organizzativa per una squadra che dovrà sostenere tre partite in dodici giorni senza potersi mai stabilire sul suolo statunitense. Nel frattempo, da Bruxelles si osserva come il caso metta a nudo le fragilità di un sistema di governance sportiva incapace di garantire condizioni eque, mentre l’Italia — pur non direttamente coinvolta — guarda con preoccupazione a un precedente che potrebbe incrinare l’universalità del calcio.
Intanto i giocatori iraniani sono partiti dalla Turchia alla volta del Messico, ma l’incertezza regna: non è chiaro se e quando i dirigenti respinti potranno ottenere un ripensamento. La federazione iraniana ha assicurato che i visti concessi sono di tipo multi-ingresso e che la squadra arriverà un giorno prima di ogni partita, ma l’ombra di un boicottaggio — ventilato in precedenza — non si è del tutto dissolta. In un clima già avvelenato, persino i tifosi scozzesi hanno visto revocare improvvisamente le autorizzazioni ESTA, a riprova che la macchina della sicurezza statunitense sta operando con una rigidità che rischia di compromettere lo spirito della manifestazione. Se la FIFA non interverrà con decisione, il Mondiale 2026 rischia di essere ricordato non per le prodezze in campo, ma per i visti negati e le frontiere alzate.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
Gli Stati Uniti hanno concesso i visti ai calciatori iraniani a pochi giorni dal torneo, avvertendo però che non permetteranno al regime di sfruttare l'evento per introdurre terroristi nel Paese.
La federazione calcistica iraniana ha denunciato i ritardi nei visti statunitensi, rivelando che mentre i giocatori hanno infine ottenuto i permessi, ad almeno 15 membri dello staff tecnico è stato negato l'ingresso. La Repubblica Islamica aveva avvertito che avrebbe riconsiderato la partecipazione in assenza di una soluzione.
A pochi giorni dal Mondiale, i media latinoamericani hanno confermato l'ottenimento dei visti per la squadra iraniana, che potrà così competere negli Stati Uniti dopo aver spostato il ritiro preparatorio nella città messicana di Tijuana.
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