Trump messo alle strette: la Camera vota contro la guerra all'Iran, quattro repubblicani disertano
La risoluzione che limita i poteri bellici segna la prima vera frattura nel partito. Mentre il conflitto si trascina, la presa di Trump sui repubblicani vacilla, con ripercussioni globali.

Il colpo più duro al presidente Donald Trump non è arrivato da Teheran, ma da Capitol Hill. Con un voto di 215 a 208, la Camera dei Rappresentanti ha approvato una risoluzione che subordina ogni ulteriore azione militare contro l'Iran all'autorizzazione del Congresso. Quattro repubblicani – Thomas Massie, Warren Davidson, Brian Fitzpatrick e Tom Barrett – hanno rotto i ranghi, unendosi ai democratici e scatenando l'ira del presidente, che su Truth Social li ha bollati come «antipatriottici» e «megalomani». L'atto, pur non vincolante, ha un enorme peso simbolico: è la prima volta che il legislativo si oppone formalmente alla strategia iraniana della Casa Bianca, segnalando un'erosione del controllo di Trump sul proprio partito.
La guerra con l'Iran, presentata inizialmente come un'incursione lampo, si è trasformata in un pantano. A più di tre mesi dall'inizio delle ostilità, i bombardamenti proseguono nonostante un cessate il fuoco di facciata, e le forze iraniane hanno perfino colpito un aeroporto in Kuwait. Fonti dell'amministrazione, citate dalla stampa statunitense, rivelano un crescente malessere tra i consiglieri: Trump sarebbe «in trappola», con margini di manovra sempre più stretti. L'ottica asiatica, riflessa nei media indonesiani e indiani, parla di uno «scacco matto» e di una strategia bellica «fallimentare». L'Europa, da Madrid a Berlino, legge la vicenda come il sintomo di un mondo in cui l'unilateralismo americano mostra la corda, minando la credibilità negoziale degli Stati Uniti.
La sollevazione repubblicana non è un fulmine a ciel sereno. Già in precedenza, come ricostruiscono gli analisti italiani, Trump aveva dovuto abbandonare un controverso fondo da 1,8 miliardi di dollari destinato a risarcire gli assalitori di Capitol Hill, affossato dalla stessa maggioranza. Il voto sull'Iran, tuttavia, tocca il cuore delle prerogative presidenziali in politica estera e arriva in un momento di stallo legislativo: l'agenda interna langue, e il partito comincia a testare i limiti del potere trumpiano. In Brasile, si osserva come lo stile di governo muscolare e le ritorsioni elettorali non bastino più a tacitare i dissidenti, prefigurando una stagione di primarie incandescente.
Le ripercussioni internazionali sono immediate. L'immagine di un presidente indebolito rischia di incoraggiare gli avversari e di allarmare gli alleati, Italia compresa, che seguono con apprensione l'escalation in Medio Oriente. Il veto promesso da Trump potrebbe bloccare la risoluzione, ma non spegnerà il segnale politico: una parte dei repubblicani è disposta a sfidarlo apertamente. Mentre si avvicinano le elezioni di metà mandato, la vera incognita è se la «resistenza» interna diventerà strutturale, ridisegnando gli equilibri di potere a Washington.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
L'amministrazione Trump sta perdendo slancio. L'agenda legislativa è bloccata e la guerra con l'Iran si protrae oltre le previsioni, mentre alcuni repubblicani si ribellano e votano per limitare i poteri bellici del presidente. Trump reagisce con insulti, minacce di ritorsioni elettorali e dichiarazioni impulsive che tradiscono il suo malessere.
Mentre si discute della guerra in Iran, la Camera ha bloccato con 324 voti contrari una risoluzione che avrebbe imposto il ritiro immediato delle truppe americane dal Libano. La bocciatura, sostenuta da una larga fetta di democratici, conferma la tenuta di un fronte bipartisan che salvaguarda la postura militare statunitense, ritenuta vitale per la sicurezza degli alleati.
Trump è ormai con le spalle al muro. La Camera, a guida repubblicana, ha approvato una risoluzione che lo obbliga a chiedere il via libera del Congresso per continuare la guerra contro l’Iran. La mossa, sebbene simbolica, certifica il fallimento della sua strategia e lo isola politicamente, relegandolo su una posizione difensiva nel suo stesso paese.
Trump respinge le critiche e ostenta sicurezza. Descrive la marina e l’aviazione iraniane come annientate e apre alla possibilità di un incontro con la Guida suprema Khamenei. La risoluzione del Congresso appare un rumore di fondo rispetto alla sua determinazione di gestire in prima persona i tempi della diplomazia e di rivendicare la vittoria militare.
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