Senegal: rottura Faye-Sonko, a rischio il salvataggio del FMI
La rottura tra il presidente Faye e l’ex premier Sonko fa slittare l’accordo con il FMI: il partito Pastef boicotta il nuovo esecutivo, gettando il Senegal nell’incertezza politica.

La crisi politica in Senegal raggiunge un punto di svolta con l’annuncio, lunedì pomeriggio, dell’ex primo ministro Ousmane Sonko: il suo partito, Pastef, non parteciperà al nuovo governo. Poche ore dopo, il premier Ahmadou Al Aminou Lo, un economista di formazione tecnocratica, ha svelato una squadra di trenta ministri in cui non figura alcun esponente del partito di maggioranza. Sonko, rimosso dalla guida dell’esecutivo dal presidente Bassirou Diomaye Faye appena dieci giorni fa e ora presidente dell’Assemblea nazionale, ha parlato di «punti di disaccordo» sul ruolo del Pastef. La rottura tra i due leader, entrambi provenienti dallo stesso movimento politico, apre un’incertezza istituzionale inedita in un paese già piegato da una grave crisi finanziaria.
Secondo la stampa francofona, le tensioni si sono accumulate per mesi, minando l’allineamento che aveva portato Faye alla vittoria elettorale. I media anglosassoni del continente puntano invece i riflettori sul rischio immediato per i negoziati con il Fondo Monetario Internazionale, da cui dipende un programma di salvataggio indispensabile per scongiurare il default. Nel nuovo esecutivo, la conferma di Cheikh Diba al ministero delle Finanze è stata interpretata come un segnale di continuità nei colloqui con Washington, ma l’assenza di copertura politica potrebbe indebolire la posizione di Dakar.
L’opposizione di Sonko, che controlla la maggioranza parlamentare, rischia di paralizzare l’attività legislativa. La stampa araba sottolinea la portata storica di questa ristrutturazione forzata della scena politica, in cui il partito dominante resta fuori dal governo. Una simile anomalia, in un sistema semi-presidenziale, potrebbe innescare una crisi di legittimità e bloccare le riforme strutturali esigite dai creditori internazionali.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare – legata al Senegal da interessi energetici legati ai giacimenti offshore di gas e dalla cooperazione nel controllo dei flussi migratori – la prospettiva di uno stallo prolungato è allarmante. Un fallimento dell’accordo con il FMI minaccerebbe la credibilità economica del paese e potrebbe riverberarsi sulla stabilità dell’intera Africa occidentale. La comunità internazionale segue con apprensione l’evolversi di una frattura che, se non ricomposta, rischia di ridefinire gli equilibri interni senegalesi con conseguenze di vasta portata.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
La rottura tra il presidente Faye e l'ex premier Sonko getta il Senegal nel caos politico, mettendo a rischio i negoziati con il FMI per un salvataggio finanziario. Il nuovo governo esclude il partito di maggioranza, mentre la crisi del debito si aggrava.
Il presidente senegalese forma un governo senza il partito di Sonko, che annuncia il boicottaggio. Si apre un periodo di incertezza politica in un paese già colpito da una grave crisi finanziaria.
Una nuova compagine governativa vede la luce in Senegal, segnata dall'assenza del partito di maggioranza Pastef. L'esecutivo a guida tecnocratica rappresenta una ristrutturazione del panorama politico e un'evoluzione significativa.
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