L'inflazione nell'Eurozona vola al 3,2%, l'energia infiamma i listini
Per la prima volta in due anni e mezzo il tasso supera il 3%, spinto dalle tensioni in Medio Oriente. L'Italia registra un preoccupante 3,3%, mentre crescono le attese di un rialzo dei tassi BCE.

L'impennata dell'inflazione nell'Eurozona riaccende vecchi timori. A maggio l'indice ha raggiunto il 3,2%, dopo il 3,0% di aprile, segnando per la prima volta in oltre trenta mesi il superamento della fatidica soglia del tre per cento. La metafora del "furto con destrezza" strisciante, attribuita a un naturopata tedesco, non è mai parsa così calzante: le impennate dei prezzi alla pompa di benzina, cresciuti fino al 50% a causa della guerra in Medio Oriente, svuotano i portafogli senza che vi sia scampo, se non lasciare l'auto in garage. La Banca centrale europea, che fissa al 2% il tetto medio di stabilità, vede ora la sua linea di difesa travolta da rincari che si propagano ben oltre l'energia.
Al cuore della fiammata c'è l'intersezione fra geopolitica e mercati. Il blocco di fatto dello Stretto di Hormuz, che da settimane ostacola il transito delle petroliere, ha fatto schizzare i prezzi dell'energia del 10,9% su base annua, in ulteriore accelerazione rispetto al 10,8% di aprile. Ma i rincari si estendono a macchia d'olio: i servizi segnano un +3,5% (da +3,0%), gli alimentari, alcol e tabacchi un +2,0%, mentre i beni industriali non energetici salgono dello 0,9%. È un quadro che preoccupa, perché l'inflazione di fondo, depurata delle componenti più volatili, ha raggiunto il 2,5%, segnalando pressioni sistemiche.
La velocità di propagazione non è uniforme. La Germania, prima economia dell'area, ha visto un rallentamento al 2,7%, e la Francia al 2,8%. Ma dall'Europa meridionale giungono segnali d'allarme: l'Italia è salita al 3,3%, la Spagna al 3,6%. Quest'ultimo dato è il più elevato fra i grandi Paesi e conferma come le turbolenze mediorientali colpiscano in modo asimmetrico, penalizzando le economie più esposte alle importazioni energetiche e meno capaci di attutire lo shock con misure fiscali o strutturali.
Ora lo sguardo si volge a Francoforte. La dinamica dei prezzi rafforza il partito dei falchi all'interno del Consiglio direttivo, e cresce la probabilità di un nuovo rialzo dei tassi d'interesse. Una mossa che metterebbe sotto pressione i bilanci dei Paesi ad alto debito, Roma in testa, rischiando di frenare la già fragile ripresa. L'incognita è se i banchieri centrali sceglieranno di reagire a un'inflazione ancora in gran parte importata, o se prevarrà la cautela per non soffocare la crescita. La partita si gioca sul filo dei prossimi dati e sull'evoluzione della crisi nel Golfo Persico.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
L'inflazione nell'Eurozona sale al 3,2% a maggio, trainata dai rincari energetici, mentre i salari restano indietro. La Banca centrale europea vede allontanarsi l'obiettivo del 2% e i consumatori avvertono un costo della vita crescente.
I media russi riferiscono i dati Eurostat con tono neutro, sottolineando che l'inflazione ha superato il 3% per la prima volta in oltre due anni e mezzo e che le interruzioni delle forniture energetiche dallo Stretto di Hormuz alimentano la crescita dei prezzi, rafforzando le attese di un rialzo dei tassi BCE.
La stampa finanziaria latinoamericana legge il 3,2% come conferma delle scommesse su un imminente rialzo dei tassi BCE, con i costi energetici come motore principale. Il tono è pragmatico, concentrato sulle prossime mosse di politica monetaria, con moderata urgenza in vista della decisione della banca centrale.
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