Rimpatri fuori dall’Ue: intesa storica, l’Ue segue il modello Meloni
L’Ue accorda luce verde ai centri di rimpatrio in paesi terzi per accelerare le espulsioni. Spagna isolata, diritti umani a rischio.

L’accordo politico raggiunto lunedì sera tra Parlamento europeo e Consiglio dell’UE sul nuovo regolamento rimpatri segna un inasprimento storico della politica migratoria europea. La normativa, tassello finale del Patto su migrazione e asilo, consente agli Stati membri di creare centri di espulsione in paesi terzi – i cosiddetti “return hub” – per i migranti cui è stato negato l’asilo. La decisione arriva dopo mesi di negoziati e renderà possibile trasferire persone in strutture fuori dall’Unione, sia come destinazione definitiva che come tappa intermedia verso i paesi d’origine.
La spinta verso questa svolta viene dai paesi del Nord Europa. Germania, Paesi Bassi, Austria, Danimarca e Grecia – secondo i media scandinavi – sono in prima fila per avviare i rimpatri già quest’anno, con il sostegno della Commissione. Anche l’Italia, che ha ispirato il modello con l’accordo per i centri in Albania, vede legittimata la propria strategia. Fonti russe riferiscono che tra i possibili paesi ospitanti figurano Kazakhstan e Uzbekistan, mentre Bruxelles guarda anche a nazioni africane e balcaniche. L’opposizione arriva invece dalla Spagna, che resta isolata nel rigettare il progetto, come sottolineato dai giornali iberici.
Le nuove regole impongono obblighi stringenti di cooperazione ai migranti irregolari e accelerano le procedure di espulsione: attualmente solo il 20-30% degli ordini viene eseguito, un dato che i governi europei vogliono migliorare. Parallelamente, secondo la stampa tedesca, l’UE sta negoziando con i talebani per intensificare i rimpatri in Afghanistan. La tensione politica è alta: l’intesa riflette, nelle parole di analisti francesi e spagnoli, una “svolta trumpista” dell’Europa, con un inasprimento che spazza via le reticenze del passato. Non mancano le critiche delle organizzazioni umanitarie, che denunciano il rischio di violazioni del principio di non-refoulement.
Nel più ampio contesto di irrigidimento, fonti russe rivelano che il Consiglio europeo valuta di escludere gli uomini ucraini in età di leva dal regime di protezione temporanea. La direttiva, attiva fino al 2027, potrebbe essere modificata per non accogliere nuovi richiedenti in quelle categorie, segnale di una crescente pressione sui sistemi di asilo. Dopo il voto finale atteso a breve, il regolamento entrerà in vigore insieme alla riforma dell’asilo il 12 giugno, con una fase transitoria di un anno per alcuni articoli.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
La stampa continentale descrive l'accordo UE sul nuovo regolamento rimpatri come un passo verso centri di espulsione in paesi terzi, utilizzando espressioni allarmanti come 'campi di deportazione' e tracciando paralleli con le politiche di Trump. Le organizzazioni per i diritti umani sono critiche, mentre si sottolinea l'accelerazione con cui Bruxelles finalizza l'intesa.
La stampa russa diffonde il rapporto di Politico secondo cui Kazakistan e Uzbekistan potrebbero ospitare centri di rimpatrio UE, mantenendo un tono distaccato e scettico sulla gestione migratoria dell'Unione. Viene inoltre segnalata la discussione sull'esclusione degli uomini ucraini dalla protezione temporanea, a conferma delle contraddizioni europee.
I media anglo-americani inquadrano le nuove norme UE sui rimpatri come un avvicinamento a tattiche 'trumpiane', dettato dalla stanchezza elettorale e dagli alti flussi di richiedenti asilo da paesi sicuri. L'analisi sottolinea le pressioni politiche che spingono l'Europa verso un giro di vite un tempo denunciato oltreoceano.
I media iraniani denunciano con forza l'accordo UE come una delle leggi migratorie più dure e controverse della storia del blocco, ampliando i poteri di espulsione e creando centri di rimpatrio extraterritoriali. Il cambiamento fondamentale di Bruxelles è attribuito alle pressioni politiche e all'ascesa dei partiti anti-immigrati, in un clima di allarme.
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