MLB, i proprietari sfidano il sindacato: proposto un tetto salariale, si teme lo sciopero
La MLB propone un tetto salariale per la prima volta dal 1994, scatenando l’opposizione del sindacato. Il contratto scade a dicembre e il rischio sciopero è reale.

Con una mossa destinata a infiammare il precario equilibrio delle relazioni industriali nel baseball professionistico, i proprietari della Major League Baseball hanno formalmente proposto l’introduzione di un tetto salariale. È la prima volta dal 1994 che la lega avanza una richiesta così esplicita, evocando immediatamente lo spettro del lungo sciopero che in quell’occasione cancellò le World Series. La proposta, presentata il 28 maggio, prevede un intervallo obbligatorio per i monte ingaggi delle squadre: un minimo di 171,2 milioni di dollari e un massimo di 245,3 milioni a partire dal 2027, secondo quanto riportano analisti nordamericani.
La reazione del sindacato dei giocatori non si è fatta attendere. Bruce Meyer, capo ad interim della MLB Players Association, ha respinto l’idea con durezza, ricordando come il precedente tentativo di imporre un cap avesse portato alla più lunga interruzione del lavoro nella storia dello sport americano. Per i giocatori, il tetto salariale resta una linea rossa invalicabile, in netta controtendenza rispetto ad altre leghe professionistiche nordamericane dove meccanismi analoghi sono consolidati. L’ottica asiatica, in particolare da Tokyo, dove l’interesse per la MLB è amplificato dalla presenza di stelle giapponesi, aggiunge una dimensione globale alla vicenda: qualsiasi restrizione salariale potrebbe influire sugli ingaggi dei talenti internazionali e sulle strategie delle squadre.
Dal fronte dei proprietari, la proposta è solo l’ultima puntata di una trattativa che si preannuncia serrata. Il contratto collettivo scade il primo dicembre e le tensioni sono già palpabili. Mentre la lega insiste sulla necessità di contenere i costi e garantire un equilibrio competitivo, i giocatori puntano il dito contro i “proprietari tirchi”, proponendo invece una tassa sull’integrità competitiva che penalizzi chi investe troppo poco, non chi spende molto. Secondo fonti vicine al tavolo negoziale, otto squadre – tra cui Mets, Dodgers e Yankees – supererebbero già la soglia massima proposta, segno di un divario economico crescente.
In Europa, dove il baseball rimane uno sport di nicchia ma il dibattito sui salary cap anima il calcio, la vicenda MLB viene seguita con interesse. L’idea di un tetto rigido è spesso invocata per correggere le disparità nella Serie A o in Champions League, ma l’esempio americano mostra quanto possa essere conflittuale. La storia insegna che nel baseball i compromessi arrivano spesso sull’orlo del baratro, come nel 2022 quando un lockout di 99 giorni fu risolto senza un cap ma con una tassa di lusso rafforzata. La strada verso un accordo appare in salita, e il rischio di un nuovo sciopero non può essere escluso.
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