Meloni apre il fronte su Bruxelles: meno regole e deroga al Patto, ma il debito spaventa
La premier all’Assemblea di Confindustria accusa l’Unione di essere un “gigante burocratico” e chiede la sospensione del Patto di stabilità per il caro-energia. Opposizioni all’attacco, mentre i mercati osservano la traiettoria del debito.

Dal palco della Nuvola di Roma, davanti ai vertici di Confindustria e alle massime cariche dello Stato, Giorgia Meloni ha lanciato una duplice offensiva verso Bruxelles. Ha definito l’Unione «un gigante burocratico», miope quando deve contare nel mondo e colpevole di sacrificare la crescita sull’altare di «approcci ideologici e tecnocratici». La parola d’ordine è «fare meno e meglio», applicando il principio di sussidiarietà, perché l’Europa si occupi solo di ciò che gli Stati non possono fare da soli. A fianco della requisitoria, la premier ha proposto agli industriali un «cantiere comune» per riformare la burocrazia italiana, segnando una ripartenza strategica dopo le amministrative e in vista dell’ultimo tratto di legislatura.
Dietro la prosa liberista c’è l’urgenza di una congiuntura soffocante. La produzione industriale cala da oltre tre anni, il potere d’acquisto si è contratto e quasi sei milioni di persone vivono in povertà assoluta. A inasprire il quadro è l’impennata dei costi energetici, aggravata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Per questo Meloni ha inviato una lettera a Ursula von der Leyen chiedendo una deroga al Patto di stabilità, mentre il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti ammette che i margini per utilizzare i fondi del Pnrr a sostegno delle imprese sono «risicati» e spera che la risposta attesa per il 3 giugno accolga la richiesta italiana.
Proprio lo scarto tra il rigore rivendicato in passato e le attuali richieste di sospensione delle regole è ciò che colpisce osservatori e mercati. Dalla prospettiva degli analisti finanziari svizzeri, Meloni sta rovesciando la reputazione di custode della disciplina di bilancio che le aveva fruttato, alla fine del 2025, il primo upgrade delle agenzie di rating in ventitré anni e un calo del premio di rischio. Oggi, con un rapporto debito/PIL che nel 2027 supererà quello greco, la richiesta di sospensione del Patto appare a Bruxelles e nelle capitali del Nord Europa un azzardo che potrebbe incrinare la credibilità faticosamente conquistata.
Sul fronte interno, l’opposizione di centrosinistra non concede tregua. Pier Luigi Bersani legge l’affondo come l’ennesimo tentativo di «salvarsi in corner» senza riconoscere i problemi: dopo tre anni e mezzo di governo, l’Italia registra la crescita più bassa d’Europa, record di pressione fiscale e salari al palo. Elly Schlein rincara: Meloni dimentica di essere al potere da quattro anni e di disporre di un’ampia maggioranza di destra anche a livello europeo, quindi non può scaricare su Bruxelles le responsabilità del declino industriale.
La partita si gioca ora su due tavoli: a Roma il dialogo con Confindustria per semplificare le regole interne, a Bruxelles la trattativa sul Patto. Se lo scontro produrrà nuovi spazi di spesa in vista della campagna elettorale, l’Italia si esporrà al contraccolpo dei mercati e alla reazione dei Paesi frugali. Un compromesso all’insegna della flessibilità condizionata potrebbe invece stabilizzare il governo e restituire ossigeno alle imprese. La risposta che arriverà il 3 giugno non deciderà solo il costo dell’energia, ma il perimetro della sovranità economica che Roma potrà rivendicare nei mesi più caldi della legislatura.
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