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La geografia globale della precarietà: dal Messico alla Russia, il lavoro si frammenta

Mentre Città del Messico registra la creazione di posti più bassa in quindici anni, l'Argentina perde occupazione formale e l'Italia resta spaccata tra specializzazione e vulnerabilità. La Russia abbandona il modello del posto fisso: quattro economie, una transizione comune.

Economia6 testate3 lingue3 min letturaAgg. 18:20

Il mercato del lavoro messicano ha creato poco più di 551 mila posti nel primo trimestre del 2026 rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente: la cifra più bassa dal 2011, anno in cui la ripresa post-crisi finanziaria globale muoveva i primi incerti passi. È un numero che, letto da solo, potrebbe suggerire una moderata espansione; osservato nel dettaglio, racconta invece una storia di slittamento strutturale. Secondo gli analisti latinoamericani, la totalità della crescita occupazionale è stata assorbita dal lavoro informale — 583 mila nuovi ingressi in quel segmento — mentre l'occupazione formale ha registrato una contrazione netta di oltre 30 mila unità. Significa che, per la prima volta in oltre un decennio, l'economia messicana non solo rallenta, ma lo fa impoverendo la qualità del proprio tessuto produttivo.

Il fenomeno non si esaurisce entro i confini messicani e non è soltanto latinoamericano. In Argentina, secondo i dati del Sistema Integrato Previsional, il lavoro salariato formale ha perso 106 mila posti su base annua, dopo nove mesi consecutivi di calo: il rimbalzo mensile di febbraio è stato troppo timido per invertire la rotta. L'Italia, da parte sua, si presenta con un volto diviso: l'occupazione complessiva tiene, rassicurando chi già possiede un contratto a tempo indeterminato, ma la disoccupazione giovanile resta ostinatamente alta e i recenti rapporti dell'OCSE fotografano una domanda di profili iper-specializzati che si scontra con un'offerta di lavoratori fragili, poco formati o espulsi dai settori maturi. Nell'ottica degli economisti di Bruxelles, è il paradosso europeo contemporaneo: il mercato del lavoro resiste, ma la coesione sociale si sfalda ai margini.

A rendere il quadro ancora più nitido arriva dalla Russia un segnale di trasformazione profonda. Gli analisti russi hanno documentato il passaggio dal modello «una persona, un lavoro» a quello della carriera multiprofessionale, o «portfolio». In quattro anni le offerte di lavoro progettuale e a tempo parziale sono raddoppiate, mentre la crescita delle posizioni a tempo pieno procede lentamente. Non si tratta di un'eccezione post-sovietica: è la medesima tendenza che si osserva nel precariato giovanile italiano e nei micro-contratti che punteggiano le piattaforme digitali di tutto l'Occidente. La differenza è che in Russia il fenomeno viene apertamente teorizzato come superamento del Novecento fordista, mentre in America Latina — e in Messico in particolare — esso si manifesta come ritorno a un'economia di sussistenza senza tutele.

A complicare l'orizzonte messicano interviene poi una variabile demografica che nessuna politica del lavoro può ignorare. Il Paese sta entrando nella fase di invecchiamento più rapida della sua storia: la crescita della popolazione è scesa dal 3,2 per cento annuo degli anni Settanta all'attuale 1 per cento, mentre l'età media si alza a ritmi che non hanno precedenti. Il Programma Nazionale della Popolazione 2026-2030, pubblicato nelle scorse settimane, tratteggia un quadro limpido ma privo di risposte operative. Gli istituti demografici messicani lanciano un avvertimento che dovrebbe risuonare anche a Roma e a Madrid: quando la base della piramide si restringe e l'informalità resta l'unico canale di assorbimento, il patto generazionale su cui si reggono i sistemi previdenziali rischia di incrinarsi prima del previsto. E l'Europa mediterranea, che con il Messico condivide tassi di informalità elevati e una demografia ormai declinante, non può permettersi di guardare altrove.

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