La tregua è appesa a un filo: nuovi raid tra Usa e Iran minacciano la pace
Gli attacchi reciproci nel fine settimana rimettono in discussione il cessate il fuoco e i negoziati. Le contraddizioni di Trump e le ripercussioni sullo Stretto di Hormuz tengono l’Europa con il fiato sospeso.

Il fragile cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, in vigore da due mesi, è stato scosso nel fine settimana da una nuova, violenta escalation militare che minaccia di far deragliare i negoziati di pace. Il Comando centrale americano (CENTCOM) ha confermato di aver lanciato una serie di "attacchi di autodifesa" contro postazioni radar e centri di comando per droni in territorio iraniano, nelle località di Goruk e sull’isola di Qeshm, dopo che Teheran aveva abbattuto un drone MQ-1 statunitense in volo sopra acque internazionali. L’Iran, da parte sua, ha rivendicato il contrattacco: i Guardiani della Rivoluzione hanno dichiarato di aver colpito una base aerea utilizzata dalle forze di Washington per le operazioni nel sud del Paese, mentre il Kuwait riferiva di aver intercettato missili e droni ostili, segno di un conflitto che rischia di estendersi ben oltre lo Stretto di Hormuz.
La nuova fiammata di violenza si inserisce in un quadro diplomatico già precario. Le due parti stanno negoziando un accordo per porre fine alla guerra iniziata lo scorso febbraio, ma le divergenze restano profonde: Washington insiste per la consegna delle riserve di uranio altamente arricchito, Teheran chiede garanzie economiche e la revoca delle sanzioni. Gli attacchi del fine settimana, terzo episodio di escalation in una sola settimana, mettono a nudo l’ambiguità della leadership americana. Il presidente Trump aveva annunciato via social che un’intesa di pace era "in gran parte negoziata" e che i dettagli sarebbero stati resi noti a breve, ma a distanza di due giorni ha poi banalizzato la questione nucleare come un semplice "problema di pubbliche relazioni", contraddicendo la linea ufficiale del suo stesso governo. Queste oscillazioni, osservano gli analisti di Bruxelles, complicano enormemente la già difficile mediazione europea.
Lo Stretto di Hormuz, passaggio obbligato per un quinto dei traffici petroliferi mondiali, è tornato a essere il centro di gravità della crisi. I mercati energetici globali hanno reagito con un’impennata di volatilità, e per l’Italia, così come per il resto d’Europa, la prospettiva di un’interruzione prolungata dei flussi dal Golfo Persico rappresenta un incubo strategico. Secondo fonti diplomatiche europee, il rischio di un coinvolgimento degli Stati del Golfo in un conflitto allargato è concreto, e la mancanza di una posizione coerente da parte di Washington rende quasi impossibile per l’Unione sostenere un percorso di pace credibile. La Casa Bianca sembra oscillare tra il pugno di ferro e l’annuncio di accordi imminenti, minando la fiducia di alleati e avversari.
Mentre il presidente Trump invita i critici a "stare seduti e rilassarsi", la situazione sul campo offre ben pochi motivi di ottimismo. I negoziati proseguono tra scossoni e reciproche accuse, ma ogni nuovo raid rischia di trasformare il cessate il fuoco in un ricordo. Per l’Europa, l’imperativo è trovare una sponda diplomatica autonoma che possa riportare Washington e Teheran a un tavolo negoziale stabile, prima che la polveriera mediorientale esploda con conseguenze incontrollabili.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
Stati Uniti e Iran hanno ripreso gli attacchi in piena tregua, mettendo a rischio i negoziati di pace. Washington presenta i suoi raid come autodifesa dopo l'abbattimento di un drone da parte iraniana, mentre Teheran accusa gli Stati Uniti di aver violato il cessate il fuoco. I continui scontri fanno dubitare del futuro delle trattative avviate a fine febbraio.
Le affermazioni mutevoli del presidente Trump sulla guerra con l’Iran rivelano una profonda incoerenza. Dopo aver annunciato un accordo di pace imminente, l’esercito ha condotto raid di autodifesa pochi giorni dopo, mentre il presidente definisce il programma nucleare iraniano ora una priorità assoluta, ora un semplice problema di pubbliche relazioni. La tregua resta fragile e la strada verso un’intesa duratura è offuscata da queste contraddizioni.
Il cessate il fuoco di due mesi tra Stati Uniti e Iran è al punto di rottura dopo lo scambio di pesanti attacchi nel fine settimana. L’escalation ha coinvolto i vicini del Golfo, con il Kuwait che segnala attacchi missilistici e di droni, e ha scosso i mercati globali dell’energia. Washington definisce i raid come autodifesa, mentre Teheran rivendica di aver colpito una base aerea americana, aggravando la crisi.
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