L'ombra della guerra si allunga sul Libano mentre Teheran e Washington si scambiano accuse
Il raid americano su Bandar Abbas riaccende la tensione con l'Iran, che tuttavia frena. Israele intensifica i bombardamenti in Libano con oltre cento attacchi e sfonda la linea gialla, mentre si profila un negoziato al Pentagono.

La fragile tregua tra Stati Uniti e Iran, siglata ad aprile, ha vacillato nella notte tra lunedì e martedì quando i caccia americani hanno colpito la città portuale di Bandar Abbas, sulla sponda strategica dello Stretto di Hormuz. Secondo fonti iraniane, le difese aeree dei Guardiani della Rivoluzione hanno abbattuto un drone statunitense entrato nello spazio aereo e hanno aperto il fuoco contro un F-35. Il ministero degli Esteri di Teheran ha denunciato una «grave violazione» del cessate il fuoco, minacciando una rappresaglia immediata. Eppure, a poche ore di distanza, un alto esponente politico dei Pasdaran, citato dall’agenzia Tasnim, ha giudicato «bassa» la probabilità di una ripresa del conflitto su vasta scala, adducendo la «debolezza del nemico» e la piena prontezza dei depositi di munizioni iraniani. Questa oscillazione tra retorica bellicosa e pragmatismo difensivo riflette la strategia di Teheran: mostrare i muscoli senza innescare una spirale che metterebbe a repentaglio l’economia e gli equilibri interni.
Parallelamente, il fronte libanese è precipitato in una delle giornate più sanguinose da quando, il 16 aprile, era stato annunciato il cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah. Martedì 26 maggio, l’aviazione israeliana ha condotto oltre centoventi incursioni aeree sul sud e sull’est del Paese dei cedri, uccidendo trentuno persone – tra cui quattro bambini – e ferendone quaranta, secondo il ministero della Sanità libanese. Il premier Benjamin Netanyahu ha annunciato in un video che Israele stava «intensificando le operazioni» per consolidare una «zona di sicurezza» a protezione del nord. L’esercito ha confermato di aver superato la cosiddetta «linea gialla», la demarcazione difensiva adottata dopo la tregua, ordinando l’evacuazione completa della città sciita di Nabatieh – settantacinquemila abitanti – verso nord del fiume Zahrani. Le fonti di sicurezza libanesi interpretano questa avanzata come l’avvio di una nuova fase offensiva, motivata da Israele con la necessità di smantellare le reti di droni a fibra ottica di Hezbollah, che nei giorni scorsi avevano causato perdite tra i soldati israeliani.
Secondo fonti diplomatiche libanesi, la svolta militare getta un’ombra cupa sui negoziati previsti per venerdì al Pentagono, dove una delegazione di Beirut incontrerà i responsabili americani e israeliani. Il governo Netanyahu, pressato dai ministri dell’estrema destra, rifiuta di collegare il destino del Libano a quello dell’Iran e pretende la creazione di una sala operativa congiunta con l’esercito libanese per il disarmo forzato di Hezbollah. In caso di rifiuto, l’escalation continuerà, con il richiamo immediato dei riservisti. Una prospettiva che, secondo gli analisti di Bruxelles, rischia di allargare il conflitto in un’area già segnata dall’instabilità dello Stretto di Hormuz, dove transita un quinto del petrolio mondiale, con conseguenze dirette sui prezzi dell’energia per l’Italia e l’Europa intera.
Al di là delle dichiarazioni incendiare – la Guida Suprema Khamenei ha avvertito che «non ci sarà più un porto sicuro per gli americani nella regione», mentre Donald Trump tornava a irridere la Marina iraniana – la cautela espressa dai Pasdaran indica la consapevolezza che né Teheran né Washington desiderano una guerra totale. Tuttavia, la simultanea violazione del cessate il fuoco in Iran e la ripresa dell’offensiva israeliana in Libano configurano un quadro in cui le tregue rischiano di diventare semplici parentesi in una spirale di violenza. L’Italia, con i suoi contingenti nella missione Unifil e gli interessi energetici nel Mediterraneo orientale, osserva con preoccupazione un’area in cui la diplomazia fatica a tenere il passo con le armi.
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