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Gaza, sette mesi di tregua tradita: topi sconosciuti, scuole chiuse e un'Eid senza gioia

A oltre duecento giorni dal cessate il fuoco, la Striscia sprofonda in un'emergenza silenziosa fatta di macerie, mercati vuoti e un'infanzia senza istruzione. Il racconto da Khan Yunis.

Geopolitica14 testate1 lingue3 min letturaAgg. 17:03

A oltre sette mesi dall'entrata in vigore della tregua mediata dagli Stati Uniti, scattata il 10 ottobre scorso, la Striscia di Gaza non ha ancora conosciuto nulla che somigli a una vera ricostruzione. Anzi, il conflitto ha lasciato dietro di sé una devastazione ecologica e sanitaria che solo ora comincia a manifestarsi in tutta la sua gravità. «Prima i bambini vedevano forse un ratto ogni tanto», racconta Salim Oweis, operatore dell'Unicef in missione a Khan Yunis. «Ora compaiono specie che non avevano mai incontrato prima, e nulla riesce a fermarle.» In un paesaggio di tende, edifici sventrati e macerie che si estendono a perdita d'occhio, i roditori non sono che il sintomo più visibile di un collasso igienico-sanitario che minaccia un'intera generazione.

La fotografia più impietosa la offrono i numeri dell'istruzione. Secondo i dati raccolti dall'Unicef, soltanto 135.000 dei circa 700.000 bambini in età scolare hanno accesso a una qualche forma di scuola — poco più di un bambino su cinque. La grande maggioranza delle famiglie non ha potuto fare ritorno alle proprie abitazioni: molte case sono distrutte, altre si trovano in zone ancora interdette o pericolose perché non bonificate dagli ordigni inesplosi. La popolazione resta così intrappolata in rifugi di fortuna, in un limbo che il cessate il fuoco doveva interrompere e che invece si è cristallizzato in una quotidianità senza orizzonte.

La dimensione economica della catastrofe emerge con altrettanta durezza in occasione della festività di Eid al-Adha, uno dei momenti più sacri e gioiosi del calendario islamico. A Gaza, quest'anno, non ci sono stati né banchetti né doni. I mercati sono svuotati: secondo stime delle Nazioni Unite, nella Striscia sopravvivono appena 15.000 capi ovini per 2,1 milioni di abitanti — un quarto del patrimonio zootecnico precedente alla guerra — perché il blocco israeliano impedisce l'ingresso di bestiame dall'esterno. «Vado al mercato solo per guardare, perché non posso comprare nulla», testimonia Nadia Abu Shamala, quarantenne sfollata dal nord di Gaza a Deir al-Balah. «Ogni volta che chiedo i prezzi, torno a casa con il cuore spezzato.» Le sue parole, rimbalzate dalla stampa araba a quella internazionale, raccontano un'Eid senza dolci, senza abiti nuovi per i bambini, senza la pecora del sacrificio rituale.

Agli occhi degli analisti mediorientali, il rischio concreto è che la tregua si trasformi in una trappola umanitaria: le armi tacciono, ma le condizioni materiali peggiorano giorno dopo giorno, erodendo quel poco di fiducia che ancora potrebbe sostenere un negoziato politico. Le capitali europee, Roma inclusa, osservano con crescente preoccupazione: l'Italia ha destinato fondi alla ricostruzione tramite i canali multilaterali, ma gli aiuti restano in gran parte vincolati a garanzie di accesso e sicurezza che oggi semplicemente non esistono. Senza un orizzonte politico credibile — avvertono i diplomatici a Bruxelles — Gaza rischia di trasformarsi in una zona permanentemente degradata, con conseguenze umanitarie e migratorie destinate a riverberarsi ben oltre il Mediterraneo orientale. La vera posta in gioco, sette mesi dopo il silenzio delle armi, non è più soltanto la sopravvivenza immediata: è se esista ancora uno spazio per ricostruire non solo le case e le scuole, ma l'idea stessa di un futuro.

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Helsingborgs Dagblad27 mag, 06:18
Sydsvenskan27 mag, 06:15
Khaleej Times27 mag, 15:03
Al-Monitor Iran Pulse27 mag, 06:17
Västerbottens-Kuriren27 mag, 06:17
Barometern27 mag, 06:17
An-Nahar27 mag, 10:26
Kristianstadsbladet27 mag, 06:17