Accedi
Edizione delle 10:00 CETmercoledì 10 giugno 2026
287 testate · 16 lingue17 briefing oggi
lunedì 8 giugno 2026 · Edizione delle 20:00 CET

L’illusione della tregua: Stati Uniti e Iran tornano a colpirsi, Hormuz sprofonda nel caos

Dopo nuovi raid americani su Bandar Abbas, Teheran risponde contro una base Usa. Trump nega accordi e minaccia di radere al suolo l’Oman. Il petrolio vola verso i 100 dollari.

Geopolitica23 testate10 lingue4 min letturaAgg. 03:58

La fragile tregua tra Washington e Teheran, in vigore da inizio aprile, ha ceduto di schianto nelle ultime quarantotto ore, spalancando una fase di escalation militare diretta che sta risucchiando l’intero quadrante mediorientale. Le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno annunciato di aver colpito una base aerea statunitense – individuata con ogni probabilità in Kuwait – in risposta ai bombardamenti americani che nella notte avevano distrutto una centrale di controllo droni nei pressi dell’aeroporto di Bandar Abbas, sul Golfo Persico. Fonti ufficiali di Washington hanno rivendicato l’abbattimento di quattro droni iraniani e la neutralizzazione di una quinta unità pronta al decollo, definendo l’operazione «puramente difensiva e mirata a salvaguardare il cessate il fuoco». Una formula che, secondo gli osservatori europei, maschera la volontà della Casa Bianca di mantenere una pressione militare asimmetrica mentre si logorano i negoziati.

La sequenza bellica si inserisce in un contesto diplomatico già incandescente. Il presidente Donald Trump ha smentito seccamente le indiscrezioni su un accordo imminente per la riapertura dello Stretto di Hormuz – via d’acqua da cui transita un quinto del petrolio mondiale – e ha lanciato un avvertimento senza precedenti all’Oman, dichiarando che il Paese «verrebbe fatto saltare in aria» qualora tentasse di sottrarre il controllo dello stretto alla giurisdizione internazionale. La retorica trumpiana, ripresa con sconcerto dalle capitali asiatiche e mediorientali, ha di fatto innescato il nuovo ciclo di raid: l’Iran, per parte sua, sostiene che la Marina dei Pasdaran ha aperto il fuoco contro una petroliera americana che tentava di forzare il blocco navale imposto dalla Quinta Flotta, costringendola a invertire la rotta. La versione iraniana, diffusa dopo le prime esplosioni, appare calibrata per presentare la rappresaglia come legittima difesa della sovranità territoriale.

L’estensione del conflitto travalica ormai il confronto bilaterale. Kuwait, alleato storico degli Stati Uniti, ha denunciato attacchi con droni e missili sul proprio territorio, mentre l’esercito israeliano ha intensificato i bombardamenti su Beirut e su Tiro, nel Libano meridionale, ignorando le risoluzioni internazionali e ordinando la presa di controllo del 70% della Striscia di Gaza. L’intreccio tra i vari teatri di guerra – Hormuz, Libano, Palestina – alimenta, nell’analisi di Bruxelles, il rischio di una conflagrazione regionale capace di coinvolgere le milizie sciite irachene e yemenite, trasformando lo Stretto in una trappola per l’intera architettura di sicurezza energetica del Vecchio Continente.

Sui mercati la reazione è stata immediata e brutale. Il Brent, benchmark globale, ha superato i 97 dollari al barile con un balzo superiore al 3%, trascinando il greggio WTI oltre i 91 dollari e cancellando in poche ore le perdite accumulate grazie alle flebili speranze di pace. Le borse asiatiche hanno chiuso in forte ribasso e i portafogli istituzionali stanno riprezzando il premio al rischio geopolitico, mentre l’Europa, già provata dall’inflazione energetica, osserva con apprensione l’impennata dei costi di raffinazione. Per l’Italia, che dipende in misura significativa dagli approvvigionamenti mediorientali e dal transito attraverso il Canale di Suez e lo stesso Hormuz, la prospettiva di un prezzo del petrolio stabilmente sopra i 100 dollari rappresenterebbe un colpo severo alla competitività del sistema manifatturiero.

La partita appare lontana da una soluzione negoziale. Le parole di Trump, che in una riunione di gabinetto ha minacciato di «finire il lavoro» se non si raggiungerà un’intesa, suonano come un ultimatum. Teheran replica che qualsiasi ulteriore aggressione riceverà una risposta «più decisa». In questo gioco di specchi, l’unica certezza è che il fragile equilibrio costruito dopo mesi di guerra si sta dissolvendo, e con esso la speranza di una tregua che permetta all’economia globale di respirare. Gli analisti mediorientali temono che l’attuale fase di reciproche punizioni possa innescare un innalzamento automatico della soglia dello scontro, trascinando gli attori regionali in una spirale difficilmente controllabile con i soli canali diplomatici.

Questa notizia è apparsa su

23 testate · 10 lingue · finestra 24 ore

The Economic Times
Donya-e Eqtesad
Excelsior
Vedomosti
Viva.co.id
Emirates 24/7
Prothom Alo
Bild