Mezzo milione di caduti russi: l’Europa cerca una mediazione mentre Kiev ha sei mesi
GCHQ stima 500.000 soldati russi uccisi e avverte di minacce ibride. L’UE discute la strategia per i colloqui di pace, Zelensky invoca missili Patriot da Trump mentre Bruxelles mobilita 28 miliardi per Kiev. Le forze ucraine vedono una finestra per la svolta sul campo.

L’intelligence britannica ha gettato una cifra spietata sul tavolo: quasi mezzo milione di soldati russi hanno perso la vita dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina. Il direttore del GCHQ Anne Keast-Butler, nel suo primo discorso pubblico, ha parlato di un conflitto che fa regredire Vladimir Putin «sul campo di battaglia», ma ha anche lanciato un allarme che tocca da vicino l’Italia e l’intero continente: la Russia starebbe intensificando l’attività ibrida quotidiana contro l’Europa, colpendo infrastrutture critiche, catene di approvvigionamento e la fiducia pubblica. Un «momento di conseguenza», lo ha definito, che chiede a Londra e ai partner europei una vigilanza senza precedenti.
Mentre Londra alza il velo sulla portata delle perdite, il baricentro diplomatico si sposta. I ministri degli Esteri dell’Unione Europea si riuniscono per discutere la futura strategia verso Mosca, con Kiev che spinge apertamente per un ruolo primario dell’Europa come mediatrice di una eventuale trattativa, scalzando Washington. Secondo analisti di Bruxelles, l’urgenza nasce dalla crescente distrazione americana: gli Stati Uniti sono impantanati in un conflitto con l’Iran, come conferma anche la stampa di Teheran, che descrive un Pentagono a corto di munizioni e costretto ad allungare i tempi di consegna dei sistemi d’arma agli alleati. In questo vuoto, la lettera che Volodymyr Zelensky ha inviato a Donald Trump – resa nota da fonti iraniane – assume un significato quasi disperato: il presidente ucraino avverte della carenza drammatica di batterie antiaeree e missili intercettori, chiedendo l’invio immediato di sistemi Patriot, mentre una copia viene girata al Congresso per tenere aperto ogni canale.
Il nodo militare, tuttavia, non è solo nella penuria degli arsenali americani. A Kiev, il comandante del Terzo Corpo d’Armata, generale Andriy Biletsky, ritiene che la guerra sia a un «punto di svolta» e che l’Ucraina abbia non più di sei mesi per strappare l’iniziativa ai russi e presentarsi a ipotetici colloqui di pace da una posizione di forza. Le forze di Mosca, pur avanzando lentamente, mostrano segni di logoramento. Ed è qui che l’Europa tenta di ricucire lo strappo strategico: Ursula von der Leyen ha annunciato che solo quest’anno saranno mobilitati 28,3 miliardi di euro per coprire le necessità militari di Kiev – difesa aerea, capacità con droni e anti-droni – e che l’Ucraina sarà «completamente integrata» in queste priorità difensive europee. Un impegno che si affianca alla ratifica del maxi-prestito da 90 miliardi di euro concordato con l’UE, di cui Zelensky ha già depositato la bozza di legge.
Il quadro che ne emerge è quello di una corsa contro il tempo a geometria variabile: mentre l’apparato militare del Cremlino si dissangua in una guerra di attrito, l’Occidente prova a trasferire all’Unione il testimone della mediazione e del sostegno materiale, consapevole che i prossimi mesi determineranno non solo la sorte del Donbass ma anche l’architettura di sicurezza del Vecchio Continente. La scommessa di Bruxelles – un’Europa che si fa garante della resistenza ucraina e al contempo tessitrice di un futuro dialogo – dovrà però fare i conti con gli arsenali semivuoti di Washington e con una minaccia ibrida che, da Bletchley Park a Roma, non conosce confini.
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