Il blocco di Hormuz ridisegna gli equilibri energetici globali
La Russia accusa Washington di trarre vantaggio dalla crisi, mentre Europa e Italia affrontano nuovi rischi di inflazione e dipendenza.

L’interruzione del traffico nello Stretto di Hormuz, bloccato dall’Iran in risposta agli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele, ha innescato una crisi di proporzioni sistemiche per l’economia globale. Secondo Igor Sechin, amministratore delegato di Rosneft e uomo forte dell’energia russa, il prolungarsi delle tensioni rischia di erodere la domanda di petrolio a lungo termine e di accelerare la transizione verso fonti alternative. Davanti ai partecipanti del Forum economico internazionale di San Pietroburgo, Sechin ha dipinto uno scenario in cui Washington sarebbe il principale beneficiario del caos: le compagnie energetiche statunitensi, favorite da un mercato drogato dai prezzi elevati, potrebbero incassare fino a 60 miliardi di dollari di extra-profitti nel 2026. L’analisi risuona anche nelle capitali europee: per l’Italia, importatrice netta, il rischio è quello di un’impennata del costo dell’energia che aggraverebbe la pressione inflazionistica su famiglie e imprese.
La Russia, intanto, consolida il suo ruolo di fornitore strategico per i giganti asiatici. Da aprile 2022, le forniture petrolifere a India e Cina hanno generato un beneficio economico cumulativo superiore ai 40 miliardi di dollari per i partner. Pechino, secondo Mosca, ha retto meglio all’urto grazie a una politica energetica bilanciata che combina fonti fossili e rinnovabili, mentre Nuova Delhi si conferma motore della domanda globale. In questo scenario, Sechin ha ammonito che escludere il greggio russo dal mercato spingerebbe il barile fino a 250-260 dollari, un’ipotesi che getterebbe l’economia mondiale in una recessione profonda.
Sullo sfondo, il discorso di Sechin ha allargato lo sguardo ai rischi strutturali dell’economia globale. Ha parlato di una «bolla finanziaria» alimentata dagli investimenti miliardari nell’intelligenza artificiale, di un preoccupante riarmo (la Germania, ha osservato, sta riconvertendo la sua economia in chiave bellica) e di una crisi alimentare in arrivo: il prezzo dei fertilizzanti è balzato del 60% nei primi quattro mesi del 2026, minacciando le popolazioni più vulnerabili di Africa e Sud-est asiatico. Nel frattempo, il potenziale dell’Opec+ si è ridotto a meno di un terzo della produzione mondiale, mentre le sanzioni e i tassi d’interesse elevati soffocano il settore petrolifero russo, già alle prese con un meccanismo di cambio «incomprensibile» che penalizza gli esportatori.
In questo panorama frammentato, la via dell’Artico assume un’importanza inedita. La rotta marittima del Nord, ha spiegato Sechin, può diventare un corridoio logistico affidabile, riducendo i tempi di trasporto del 50% e i costi del 20-30%, in alternativa ai colli di bottiglia esposti a rischi geopolitici come Malacca, Suez o Gibilterra. L’apertura di questa direttrice, tuttavia, richiederà investimenti colossali e una cooperazione internazionale che oggi appare difficile. Per l’Europa, che già guarda con interesse alle potenzialità dell’Artico per diversificare le fonti, la partita resta aperta: la fine della tensione a Hormuz è condizione indispensabile affinché il prezzo del petrolio possa scendere sotto i 95 dollari al barile, ma il cammino verso un nuovo ordine energetico è ancora tutto in salita.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
Il blocco dello Stretto di Hormuz è un tentativo orchestrato dagli Stati Uniti per ridisegnare il mercato energetico globale, con gravi danni alla domanda di petrolio nel lungo periodo. La Russia, pur subendo pressioni esterne e sfide macroeconomiche interne, rimane un fornitore stabile e promuove la Rotta marittima del Nord come alternativa strategica che riduce tempi e costi. La transizione energetica affrettata e le bolle finanziarie tecnologiche alimentano l’instabilità.
La chiusura dello Stretto di Hormuz è stata una macchinazione americana contro l’Iran, ma ha avuto un effetto boomerang planetario: prezzi del petrolio alle stelle, inflazione globale e frenata della crescita. Il capo della russa Rosneft conferma che le società energetiche statunitensi sono state le principali beneficiarie, smascherando le vere intenzioni dietro il blocco. L’Iran è la vittima di questo errore strategico.
La crisi di Hormuz costituisce un precedente pericoloso e minaccia di estendersi ad altri colli di bottiglia globali come lo Stretto di Malacca, Bab el-Mandeb e Gibilterra. La dichiarazione del CEO di Rosneft avverte che il blocco potrebbe innescare una reazione a catena, mettendo a rischio le rotte commerciali mondiali ben oltre il Golfo.
La chiusura di Hormuz è stata una crisi che alla fine ha avvantaggiato le corporation energetiche statunitensi a spese del resto del mondo. Il dirigente petrolifero russo denuncia che il blocco è stato un tentativo di riconfigurare il mercato globale dell’energia a favore di Washington, confermando che le imprese USA hanno incassato i profitti del caos.
Questa notizia è apparsa su
10 testate · 1 lingue · finestra 24 ore