Tra schermi e formazione: il dilemma globale dell'intelligenza artificiale
Mentre gli Stati Uniti discutono restrizioni nelle scuole, Russia e Brasile offrono prospettive opposte su educazione e lavoro: tra integrazione tecnologica e scetticismo economico.

Negli Stati Uniti, il potente sindacato degli insegnanti American Federation of Teachers ha chiesto restrizioni sull’uso dell’intelligenza artificiale e dei dispositivi elettronici nelle scuole, invertendo una tendenza che negli ultimi anni aveva spinto miliardi di dollari in dotazioni digitali. Randi Weingarten, presidente del sindacato, ha proposto misure per «sfruttare i benefici della tecnologia mitigandone i danni», in un paese dove ormai l’88% delle scuole pubbliche fornisce a ogni studente un tablet o un computer portatile. Una posizione che segna una netta cesura con l’abbraccio tecnologico del periodo pandemico e che interroga anche l’Europa, dove il dibattito sull’uso degli schermi in classe è altrettanto acceso.
Diametralmente opposta la strada scelta dalla Russia. Il Ministero per lo sviluppo digitale e quello dell’Istruzione stanno per lanciare un programma nazionale di aggiornamento per formare gli insegnanti all’uso degli strumenti di intelligenza artificiale. L’annuncio, giunto durante il Forum economico di San Pietroburgo, esclude per ora modifiche ai percorsi di abilitazione, ma assegna allo Stato il ruolo di garante contro i rischi dell’innovazione. Nel medesimo contesto, l’istituto demoscopico VTsIOM ha tracciato un ritratto della società russa: una gioventù più attenta alla qualità della vita e ai valori rispetto alla generazione degli anni Novanta, orientata alla sopravvivenza. E un clima sociale che, pur segnato da una tensione interna (indice VTsIOM a -4 punti), mostra «una combinazione di resilienza, adattamento e moderato ottimismo».
Sempre dalla ricerca VTsIOM, emerge un mercato del lavoro dove la disoccupazione è ai minimi storici non malgrado la tecnologia, ma a causa di un deficit strutturale di manodopera. Lo sviluppo dell’IA – spiegano gli analisti russi – sposta la struttura occupazionale senza espellere i lavoratori, aggravando però il disallineamento tra un’offerta formativa ricca di laureati in economia e giurisprudenza e una domanda che cerca ingegneri, tecnici e operai qualificati. Una lettura che stride con la prospettiva offerta dal sociologo Aaron Benanav, intervistato dal Brasile: per lo studioso americano, la vera minaccia al lavoro non è l’automazione in sé, ma una stagnazione economica globale che ha ridotto la capacità di creare posti dignitosi, mentre l’IA colpisce soprattutto i lavoratori all’ingresso, spingendo verso la precarizzazione e la compressione salariale già visibile sulle piattaforme digitali.
Queste voci, provenienti da tre continenti, compongono un mosaico di approcci che riflette le diverse culture politiche ed economiche. Se Washington riscopre la prudenza e Mosca investe nella formazione obbligatoria, la prospettiva brasiliana invita a spostare l’attenzione dalla tecnologia alla struttura del sistema produttivo. Per l’Italia e l’Europa, dove la digitalizzazione scolastica procede a ritmi diseguali e il mercato del lavoro mostra tensioni simili, il nodo è identico: come governare l’inevitabile penetrazione dell’IA senza aggravare le disuguaglianze e senza dimenticare che il lavoro di qualità dipende più dalla domanda aggregata che dagli algoritmi.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
Le autorità russe stanno lanciando un programma di aggiornamento per insegnanti sull'intelligenza artificiale, con lo Stato che si assume la responsabilità dei rischi. I sondaggi mostrano una società resiliente, una disoccupazione bassa e una gioventù che naviga con adattabilità in un mondo complesso; l'IA non distrugge posti di lavoro ma modifica la struttura occupazionale.
Un leader sindacale mette in guardia contro l'eccesso di IA e schermi nelle scuole, sostenendo che la noia sia più formativa dell'apprendimento mediato da algoritmi. Miliardi spesi per dispositivi durante la pandemia si rivelano uno spreco, mentre servirebbero restrizioni per limitare i danni alla didattica.
Uno storico dell'economia sostiene che la vera minaccia per l'occupazione non è l'intelligenza artificiale, ma la stagnazione economica globale e la crescita lenta della produttività nei servizi. L'IA colpisce soprattutto i lavoratori alle prime armi, mentre il problema reale è la carenza strutturale di posti di lavoro causata dallo spostamento verso un'economia di servizi a bassa produttività.
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