Jet occidentali per i fedelissimi di Putin: l’inganno delle società di comodo
Nonostante le restrizioni, l’élite russa continua a utilizzare aerei privati prodotti in Occidente, registrati in Paesi terzi. Tra le mete, Dubai e il Sud-est asiatico.

Un’inchiesta del Wall Street Journal rivela ciò che molti sospettavano: la cerchia più stretta di Vladimir Putin, colpita dalle sanzioni dopo l’invasione dell’Ucraina, mantiene uno stile di vita sfarzoso grazie a jet privati di fabbricazione occidentale. Sergey Chemezov, amministratore delegato di Rostec e storico alleato del presidente, utilizza un Bombardier Global 7500 da 75 milioni di dollari per voli verso Dubai, la Turchia e il Sud-est asiatico. Prima della guerra, era solito frequentare le proprietà di famiglia in Spagna; oggi si è trasferito in una villa sull’arcipelago artificiale di Palm Jumeirah. Anche l’oligarca Arkady Rotenberg dispone di due Bombardier Global.
Il meccanismo di elusione è sofisticato: una rete di società intermediarie acquista gli aerei sul mercato secondario e li registra in giurisdizioni che non aderiscono alle sanzioni, come Oman, Kazakistan e Sudafrica. I velivoli vengono poi trasferiti in Russia, dove operano con immatricolazioni estere. Questo schema espone le falle del regime sanzionatorio occidentale. Analisti di Bruxelles sottolineano che senza un monitoraggio più stringente sui registri aeronautici e sui flussi finanziari, le restrizioni restano un colabrodo. L’Italia, con la sua storica esposizione ai capitali russi e un settore del lusso vulnerabile, osserva con preoccupazione.
Dal 2014, quando furono imposte le prime sanzioni dopo l’annessione della Crimea, l’élite russa ha affinato le tecniche di elusione. Ora la scala è diversa: la guerra ha portato a un inasprimento senza precedenti, ma la capacità di adattamento dimostrata suggerisce che l’isolamento è più apparente che reale. Le testate moscovite indipendenti, come Meduza e The Bell, trattano la notizia con un misto di scandalo e rassegnazione, sintomo di un sistema in cui i privilegi dei vertici sopravvivono alle turbolenze geopolitiche. In Europa, invece, la reazione è di irritazione e stimolo a rafforzare i controlli.
Guardando avanti, la sfida per l’Occidente è duplice: chiudere le scappatoie legali ed esercitare una pressione diplomatica sui Paesi terzi che fungono da hub per queste operazioni. Gli Emirati Arabi Uniti, in particolare, sono sotto i riflettori per il loro ruolo di snodo finanziario e logistico. Se le democrazie europee non riusciranno a coordinarsi con maggiore efficacia, il rischio è che le sanzioni si trasformino in un boomerang: un fastidio per i cittadini comuni, ma inefficaci contro i veri pilastri del regime.
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