Israele e il fosforo bianco: l’accusa di crimini di guerra in Libano
Un’inchiesta del New York Times rivela l’uso di munizioni incendiarie in aree popolate. L’esperto svedese Ove Bring: “Dovrebbe essere vietato del tutto”.

Lo scorso 30 maggio, mentre le forze israeliane avanzavano nel sud del Libano e conquistavano il castello crociato di Beaufort, una densa scia di fumo bianco si alzava dalla vicina città di Nabatieh, con i suoi 40.000 abitanti. Secondo un’indagine pubblicata dal New York Times, basata su materiali video e foto verificati con l’aiuto di esperti, si trattava di fosforo bianco, una sostanza incendiaria che a contatto con l’aria si auto-infiamma, provocando ustioni gravissime e difficili da spegnere. Il quotidiano americano ha documentato episodi analoghi nei centri di Tiro, al-Qlayaa, Khiam e Yohmor, in coincidenza con l’escalation tra Israele e Hezbollah iniziata a marzo.
La diffusione delle immagini ha rapidamente acceso il dibattito in Europa. La stampa svedese – dal Dagens Nyheter all’Aftonbladet – ha sottolineato come l’uso di fosforo bianco in aree civili violi le Convenzioni di Ginevra, anche se l’ordigno non è classificato come un’arma chimica e resta lecito in ambito strettamente militare. Israele respinge ogni addebito e sostiene di aver sempre impiegato le munizioni in modo conforme al diritto internazionale. Da Bruxelles, però, diversi analisti avvertono che la scomparsa del confine tra obiettivi militari e zone popolate rende sempre più difficile giustificare l’impiego di tali strumenti.
La prospettiva mediorientale inasprisce il tono. L’iraniano Donya-e Eqtesad parla apertamente di “crimine di guerra” del “regime sionista” e cita la rilevazione dei residui di fumo come prova di una violazione deliberata. Un’enfasi che contrasta con la cautela europea, ma che trova parziale eco nell’autorevole voce del professor Ove Bring, esperto svedese di diritto internazionale: “Anche se oggi non si può affermare che l’uso sia illegale in sé – spiega – il fosforo bianco, che brucia fino all’osso, dovrebbe essere totalmente proibito”. Una posizione che rafforza le richieste di un ripensamento dei protocolli dell’Onu del 1980.
Per l’Italia, il caso ha un riflesso immediato sulla missione Unifil, dove sono schierati oltre mille soldati italiani. L’eventuale contaminazione delle aree di operazione o il rischio di colpi accidentali su centri abitati assistiti dalla missione ONU impone un supplemento di verifica. La Farnesina segue la vicenda, ma senza commenti ufficiali. Il prossimo passo, secondo fonti diplomatiche, sarà chiedere una relazione al Segretariato generale delle Nazioni Unite, mentre si infittisce il monitoraggio sulle esportazioni di componenti per armamenti da parte di imprese europee. Un segnale che l’Europa, pur divisa, non intende lasciare cadere l’accusa senza un chiarimento.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
La stampa europea continentale riporta con tono misurato le accuse di utilizzo di fosforo bianco da parte di Israele in Libano, basandosi su un'indagine del New York Times. Si sottolinea la gravità potenziale dell'uso di armi incendiarie in aree civili, ma si dà spazio anche alla smentita israeliana. Il tono è più descrittivo che accusatorio, con un focus sugli aspetti legali e sulla verifica delle prove.
La stampa iraniana condanna fermamente l'uso di fosforo bianco da parte di Israele, descrivendolo come un crimine di guerra e sottolineando la sofferenza dei civili libanesi. Il tono è allarmato e indignato, con una forte presa di posizione contro Israele. Si chiede una condanna internazionale e si evidenzia la responsabilità di Israele.
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