Il missile yemenita, la base americana e la guerra che corre sul crinale
Allarme rientrato a Prince Sultan Air Base, ma la rivendicazione Houthi e il quadro regionale delineano un conflitto sempre più intrecciato, con ripercussioni dirette per l’Europa.

Le sirene antiaeree che hanno squarciato l’alba di lunedì nella provincia saudita di Al-Kharj hanno fatto temere per ore un attacco diretto a una delle installazioni militari più sensibili del Golfo: la base aerea Prince Sultan, che da decenni ospita personale e caccia statunitensi. La notizia di esplosioni nei pressi della struttura è rimbalzata sui media regionali e sui canali legati alla galassia sciita, mentre Riyad si affrettava a smentire. Il portavoce della Difesa saudita, generale Turki Al Maliki, ha definito «non corrette» le informazioni su un colpo alla base, precisando che l’attivazione delle sirene è stata una misura precauzionale dopo che un missile balistico lanciato dallo Yemen è scomparso dai radar nelle vicinanze del confine.
Quel missile, secondo la ricostruzione fornita dagli inquirenti di Riyad e ripresa dalla stampa del Golfo, era diretto verso un altro Stato della regione – con ogni probabilità Israele – e ha fallito per problemi tecnici, precipitando in una zona desertica. I miliziani Houthi, sostenuti dall’Iran, hanno rivendicato un attacco missilistico a lunga gittata proprio verso lo Stato ebraico, annunciando che le operazioni militari saranno «proporzionate all’escalation». L’episodio assume così una doppia natura: da un lato un allarme localizzato rapidamente rientrato, dall’altro la conferma che la guerra yemenita si sta innestando direttamente nel confronto tra Israele e l’asse delle milizie filo-iraniane, trasformando la Penisola arabica in un corridoio di passaggio per vettori balistici che minacciano di colpire a Nord.
La prospettiva di Mosca, filtrata attraverso le analisi della stampa russa, allarga ulteriormente l’inquadratura: l’incidente del missile è collocato nel contesto di un’escalation iniziata il 7 giugno, quando l’aviazione israeliana ha bombardato Beirut in risposta agli attacchi di Hezbollah e i Guardiani della rivoluzione iraniani hanno lanciato razzi verso Israele. In questo schema, la base Prince Sultan – snodo logistico fondamentale per le operazioni americane in Medio Oriente – si trova al centro di un triangolo di crisi che collega il Libano, lo Yemen e la Siria. Le agenzie iraniane e arabe hanno dato ampio risalto alle prime indiscrezioni su colpi contro la struttura, salvo poi registrare la smentita saudita, segno di quanto l’informazione in tempo reale diventi arma tattica per amplificare o ridimensionare le crisi.
Per l’Europa e l’Italia in particolare, che hanno proprie forze impegnate tra UNIFIL in Libano e le missioni di sicurezza marittima nel Mar Rosso, il lampeggiare di un missile Houthi su una base statunitense ospitata da un alleato del G7 rappresenta un campanello d’allarme. Ogni errore di calcolo nella traiettoria – o un’interpretazione distorta dei segnali radar – potrebbe trascinare l’intera regione in un conflitto aperto, con effetti immediati sulla libertà di navigazione verso Suez e sui mercati energetici. Mentre le indagini saudite cercano ancora di chiarire i dettagli tecnici del lancio, la dinamica dei fatti mostra come il quadrante yemenita non sia più un fronte isolato ma un tassello mobile della più ampia guerra d’ombra tra Israele e Iran, con le basi occidentali che restano esposte a un fuoco incrociato non sempre intenzionale.
Questa notizia è apparsa su
5 testate · 4 lingue · finestra 24 ore