Il dramma di Lemieux, il cervello donato per la ricerca sui traumi
La famiglia della leggenda NHL destina l'organo al centro CTE di Boston dopo il suicidio a 60 anni. Un gesto che rilancia il dibattito sulla sicurezza negli sport da contatto.

La tragica scomparsa di Claude Lemieux, icona dell’hockey su ghiaccio, ha scosso il mondo dello sport non solo per la perdita di un campione, ma per le implicazioni che porta con sé. L’ex attaccante, che si è tolto la vita a 60 anni nella notte tra mercoledì e giovedì scorsi, era stato portatore della torcia olimpica dei Canadiens di Montreal appena pochi giorni prima, in un’immagine che oggi assume contorni quanto mai dolorosi. La famiglia, attraverso un comunicato della figlia Claudia Lemieux Bishop, ha annunciato la donazione del cervello al Centro per l’Encefalopatia Traumatica Cronica (CTE) dell’Università di Boston, dove sarà analizzato per comprendere gli effetti a lungo termine dei traumi cranici ripetuti.
Un gesto che assume un significato particolare se si considera la carriera di Lemieux, quasi 1.500 partite in NHL tra il 1983 e il 2009, quattro Stanley Cup vinte e una fama di giocatore fisico e combattivo, capace di esaltarsi nei momenti decisivi. “Per il mondo dell’hockey era un guerriero indimenticabile, per noi era molto di più: amorevole, leale, protettivo, generoso e testardo”, si legge nella nota diffusa dalla famiglia, che ha voluto condividere il proprio dolore con dignità, sottolineando la speranza che questo contributo scientifico possa innescare parole più oneste e proteggere meglio gli atleti del futuro. Il figlio Brendan, a sua volta giocatore professionista in forza al Davos, in Svizzera, ha espresso il proprio strazio sui social, dando al lutto una dimensione ancora più intima e internazionale.
La decisione dei Lemieux si inserisce in un filone di ricerca che sta acquisendo sempre maggiore peso, soprattutto nei Paesi anglosassoni ma con eco crescenti anche in Europa, dove discipline come il rugby e il calcio cominciano a fare i conti con l’eredità dei microtraumi cerebrali. Secondo gli analisti di Boston, il centro CTE rappresenta un polo d’eccellenza che ha già esaminato i cervelli di numerosi atleti deceduti, rivelando segni di degenerazione neurologica in una percentuale allarmante. La donazione di un nome così noto, che ha calcato il ghiaccio in un’epoca in cui i protocolli sulle commozioni erano ancora embrionali, potrebbe offrire dati preziosi per affinare prevenzione e cure.
Dal canto suo, l’Europa guarda con attenzione a questo caso, non solo per la popolarità dell’hockey in mercati come quello svizzero, dove militava il figlio, ma per il crescente dibattito sui rischi degli sport da contatto. L’ottica di Zurigo o di Milano, per esempio, è quella di chi sta già rivedendo i regolamenti giovanili per limitare i colpi alla testa, sull’onda delle evidenze scientifiche che arrivano da oltre Atlantico. La vicenda di Lemieux, insomma, trascende il singolo lutto e diventa un catalizzatore di consapevolezza: la sua scomparsa ricorda che la gloria sportiva può celare un prezzo altissimo, e che solo la ricerca potrà ridurlo per le generazioni a venire.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
La scomparsa di Claude Lemieux è accolta con profonda commozione nel mondo dell'hockey. La famiglia dona il suo cervello al centro per l'ETC dell'Università di Boston, sperando di avviare conversazioni più aperte sulle conseguenze dei traumi ripetuti e proteggere le future generazioni di atleti. Il contributo alla ricerca trasforma il lutto in una missione.
Claude Lemieux si è tolto la vita a 60 anni; il suo cervello sarà donato alla scienza per studiare gli effetti a lungo termine dei traumi cranici ripetuti. La famiglia ha annunciato l'iniziativa dopo il suicidio, ricordando le quasi 1500 partite in NHL. L'attenzione resta sui dati clinici e sul percorso medico.
Questa notizia è apparsa su
7 testate · 3 lingue · finestra 24 ore