Crisi idrica senza confini: Teheran e gli Stati Uniti davanti a dighe mai così vuote
Mentre la capitale iraniana affronta riserve dimezzate e lo spettro del razionamento, sei grandi invasi americani registrano i livelli di maggio più bassi degli ultimi trent’anni, segnale di una pressione climatica globale.

A migliaia di chilometri di distanza, la capitale iraniana e il West americano condividono la stessa, silenziosa emergenza: le loro riserve idriche si stanno assottigliando a ritmi che non si vedevano da decenni. Secondo i dati della Compagnia nazionale di gestione delle risorse idriche di Teheran, i cinque bacini che dissetano la metropoli hanno inaugurato l’anno idrologico con appena 250 milioni di metri cubi d’acqua, un terzo del fabbisogno di 800 milioni stimato per una stagione equilibrata. Negli stessi giorni, il Bureau of Reclamation di Washington segnalava che sei grandi invasi sparsi tra Colorado, California e New Mexico avevano toccato il livello più basso di fine maggio degli ultimi trent’anni, con i colossi Lake Mead e Lake Powell in prima fila in un trend definito «preoccupante» da esperti interpellati sulla stampa statunitense.
L’allarme iraniano si incarna nei numeri delle singole dighe. Il serbatoio di Amir Kabir, a nord-ovest della capitale, è formalmente al 66 per cento della propria capacità, ma il dato è ingannevole se letto isolatamente, perché l’invaso di Lar si ferma a un drammatico 8 per cento, dieci punti in meno rispetto allo stesso periodo del 2023. La provincia di Teheran ha registrato una flessione delle precipitazioni del 30 per cento, un deficit che si allarga alle aree limitrofe del lago salato di Namak e a province come Qom, Alborz e Khorasan, dove la distribuzione delle piogge nei bacini di alimentazione è stata definita «insoddisfacente» dalle autorità. Negli ambienti governativi iraniani si ammette che la situazione attuale rischia di riproporre l’incubo delle estati di razionamento che hanno già segnato i quartieri periferici della capitale.
Oltreoceano il quadro non è meno teso. La mappa elaborata dall’agenzia federale americana mostra sei dighe – tra cui quelle strategiche del bacino del Colorado – inchiodate ai minimi storici di maggio, figlie di una siccità che perdura da oltre due decenni e che la comunità scientifica statunitense inquadra ormai come «megasiccità». L’ottica degli analisti di Washington è che la contrazione delle riserve non sia un incidente meteorologico isolato, ma il punto di caduta di modelli di consumo agricolo e urbano divenuti insostenibili. Se a Teheran la pressione nasce da infrastrutture pensate per una popolazione esplosa in pochi decenni, nel West americano è la combinazione di agricoltura intensiva, espansione edilizia e riduzione del manto nevoso sulle Montagne Rocciose a erodere i margini di sicurezza.
La convergenza tra i due emisferi – uno mediorientale, l’altro nordamericano – obbliga a uno sguardo che vada oltre le cronache locali. Per l’Iran, l’estate alle porte si preannuncia carica di tensioni sociali in una congiuntura economica già segnata da inflazione e sanzioni, mentre il governo dovrà decidere se e come razionare l’acqua potabile senza innescare malcontento. Negli Stati Uniti, le trattative tra gli Stati rivieraschi del Colorado per rinegoziare i prelievi stanno entrando nel vivo, con l’amministrazione federale pronta a imporre tagli obbligatori se gli accordi volontari non arriveranno in tempo. In entrambi i casi, la vera discriminante sarà la capacità di governare una risorsa che la meteorologia, da sola, non basta più a garantire.
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