«Cessate il fuoco? Uno scherzo»: i racconti dei soldati da Gaza
Tre riservisti israeliani confessano all’AP omicidi continui oltre la Linea Gialla. Il bilancio dopo la tregua di ottobre supera i 900 morti palestinesi, tra cui bambini in un parco giochi.

«Chiamarlo cessate il fuoco è uno scherzo». La voce anonima di un riservista israeliano, raccolta dall’Associated Press assieme a quelle di due commilitoni, squarcia il velo su ciò che accade davvero nella Striscia di Gaza dopo l’entrata in vigore della tregua, lo scorso ottobre. I tre soldati, in servizio fino al gennaio di quest’anno, hanno parlato spinti dall’indignazione e dal dolore per quanto hanno visto e fatto: raid su veicoli, esultanze dopo gli attacchi, una quotidianità di morte che smentisce qualsiasi narrazione ufficiale di pace.
Il quadro che emerge è quello di una «giungla» – come l’ha definita uno dei militari – dove lungo la cosiddetta Linea Gialla, che separa le aree controllate da Israele dal resto dell’enclave, vige una regola d’ingaggio permissiva. Secondo i testimoni, ai soldati era consentito aprire il fuoco contro chiunque si avvicinasse, trasformando il confine in una trappola letale. Le forze israeliane sostengono invece che la maggior parte delle vittime rappresentasse una minaccia concreta, ma i racconti dei riservisti dipingono un clima di caccia, con commilitoni che «assaporavano l’opportunità di colpire».
Il bollettino delle vittime dà sostanza alle parole. Da quando l’intesa è scattata, il ministero della Sanità di Gaza – controllato da Hamas e citato da fonti iraniane – ha contato almeno 929 morti e 2.811 feriti, in quella che dovrebbe essere una fase di tregua. Solo nell’ultimo fine settimana, un raid aereo ha centrato un parco giochi per bambini, come documentato da video diffusi sui social network. Altri attacchi hanno ucciso due palestinesi nel quartiere di al-Rimal e colpito un raduno di civili a est di Gaza City. Il bilancio complessivo dal 7 ottobre 2023, secondo le stesse fonti, si avvicina alle 73.000 vittime.
La distanza tra la versione di Tel Aviv e la realtà sul campo alimenta lo scetticismo degli analisti europei. A Bruxelles, dove si segue con apprensione la tenuta dell’intesa, si teme che l’erosione del cessate il fuoco possa riaccendere le tensioni regionali e moltiplicare i flussi migratori verso il Mediterraneo. L’Italia, tradizionalmente attenta alla stabilità nell’area e primo partner commerciale di Israele in Europa, si trova nella scomoda posizione di dover bilanciare le relazioni diplomatiche con la tutela del diritto umanitario. Le testimonianze dei soldati, che denunciano un clima di emarginazione interna a chi dissente, suggeriscono che la spaccatura attraversi anche la società israeliana.
Mentre la comunità internazionale fatica a trovare una posizione comune, il cessate il fuoco appare già un fragile ricordo. L’espansione del controllo israeliano su ampie porzioni del territorio e la persistente violenza rendono sempre più improbabile il ritorno ai negoziati per una soluzione a due Stati. La speranza di una pace duratura si allontana, lasciando spazio a un’amara certezza: a Gaza, la tregua è già finita, se mai è davvero iniziata.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
Tre riservisti israeliani hanno confessato all'Associated Press che definire 'cessate il fuoco' la tregua a Gaza è uno scherzo, denunciando oltre 900 palestinesi uccisi dall'inizio della sospensione ufficiale delle ostilità. La loro testimonianza svela il divario tra la retorica diplomatica e la realtà quotidiana di violenza, gettando un'ombra scettica sulla tenuta dell'accordo.
Durante l'Eid al-Adha, un attacco israeliano ha ucciso 29 palestinesi, in gran parte donne e bambini, aggravando la catastrofe umanitaria. Le squadre di protezione civile, nonostante la grave penuria di mezzi, continuano a estrarre vittime dalle macerie. La coincidenza con una festività sacra musulmana accentua la brutalità di un'aggressione che non risparmia i civili.
Nell'ultima settimana, Israele ha intensificato la guerra a Gaza uccidendo oltre due dozzine di palestinesi durante l'Eid, mentre il pellegrinaggio rituale rimane bloccato. Il resoconto inquadra la violenza come tassello di una guerra genocida e di un regime di apartheid, con dettagli agghiaccianti come un neonato a cui è stata amputata una gamba. L'appello è a non distogliere lo sguardo dalla catastrofe in corso.
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