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Beirut accusa Tehran: il Libano non è una merce di scambio

Il presidente Aoun denuncia l’ingerenza dei pasdaran e il premier Salam implora Teheran: «Abbiate pietà del sud». Hezbollah frena la tregua, l’Iran reagisce con insulti e minacce.

Geopolitica5 testate2 lingue3 min letturaAgg. 02:25

Lo strappo è ormai consumato. Con una franchezza inedita per un capo di Stato libanese, il presidente Joseph Aoun ha puntato il dito contro i Guardiani della Rivoluzione iraniani, accusandoli di interferire direttamente negli affari interni del Paese dei cedri e avvertendo che «gli interessi di Teheran non coincidono con quelli nazionali». Parole a cui ha fatto eco il primo ministro Nawaf Salam, che si è spinto a chiedere pubblicamente all’Iran di «avere pietà del Libano meridionale», devastato dagli scontri tra Hezbollah e Israele. È la manifestazione più aspra di una tensione montante, che segna la fine di una sudditanza decennale e apre una fase di imprevedibile instabilità nel Levante.

All’origine della crisi vi è il fallimento del negoziato per il cessate il fuoco mediato da Washington. Dopo il quarto round di colloqui trilaterali libanese-israeliano-statunitensi, un’intesa sembrava a portata di mano, ma si è arenata di fronte all’opposizione di Hezbollah, che secondo fonti libanesi agisce su mandato di Teheran. L’Iran, spiazzato dalla prospettiva di un’intesa che esclude la sua influenza diretta sul dossier, avrebbe utilizzato la sua milizia come leva per condizionare i propri negoziati sul nucleare con gli Stati Uniti. Uno schema denunciato senza mezzi termini da Beirut: «Il Libano non sarà una carta di scambio», ha tuonato Aoun.

La reazione iraniana non si è fatta attendere. Dalla Repubblica islamica, un parlamentare influente ha ribadito che «il sostegno a Hezbollah è politica definitiva e sancita dalla Costituzione», equiparando il disarmo del partito-milizia al «permettere al regime sionista di inghiottire il Libano». I media allineati hanno scatenato un attacco personale contro Aoun, accusandolo di collusione con americani e israeliani, mentre fonti dei pasdaran lasciavano trapelare un disprezzo che non si era mai rivolto alla massima carica libanese. Per gli analisti di Beirut, questo linguaggio tradisce lo shock di una classe dirigente iraniana incapace di accettare la progressiva fuoriuscita del Libano dalla propria orbita, accelerata dal logoramento militare e politico di Hezbollah.

La frattura interna al Libano si allarga. Da un lato, i sostenitori di Hezbollah e il fronte filo-iraniano gridano al tradimento e dipingono Aoun come un esecutore della volontà occidentale. Dall’altro, una parte crescente dell’opinione pubblica e delle istituzioni vede nella fermezza presidenziale il recupero di una dignità sovrana troppo a lungo umiliata. Agli occhi degli europei, e in particolare dell’Italia che guida la missione UNIFIL nel Sud, la destabilizzazione della fragile tregua e il depotenziamento dello Stato libanese rappresentano una minaccia diretta alla sicurezza del Mediterraneo, con potenziali ripercussioni sui flussi migratori e sulle rotte energetiche.

Il governo di Beirut aveva già dato segnali di insofferenza vietando l’atterraggio dei voli civili iraniani. Ora si profila una rottura diplomatica, mentre le cancellerie occidentali osservano con preoccupazione. La partita resta aperta: molto dipenderà dalla capacità della comunità internazionale di sostenere un Libano veramente indipendente, contenendo al contempo la duplice pressione che lo stringe tra incudine israeliana e martello iraniano.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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La tensione tra Teheran e Beirut è salita a livelli rari, con i leader libanesi che accusano l'Iran di usare il Libano come merce di scambio nei negoziati con gli Stati Uniti. Il premier Salam chiede a Teheran di 'avere pietà' del sud del Libano, mentre il presidente Aoun avverte che il paese non deve diventare una carta negoziale. Si tratta di un'escalation diplomatica che mette in discussione l'influenza iraniana sul Libano.

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L'Iran ha reagito con rabbia e provocazioni dirette contro il presidente Aoun, incapace di digerire la perdita del controllo sulla carta libanese. La sua intromissione sfacciata, insieme all'opposizione di Hezbollah al cessate il fuoco, alimenta l'impressione che Teheran voglia sabotare la sovranità libanese. Beirut, stretta tra l'incudine israeliana e il martello iraniano, non esclude di tagliare le relazioni diplomatiche.

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Sostenere Hezbollah è una politica costituzionale non negoziabile della Repubblica Islamica: disarmare la resistenza significherebbe aprire la strada all'inglobamento del Libano. I leader libanesi dimostrano scarsa comprensione della complessità regionale e finiscono per servire gli interessi di Stati Uniti e Israele. Teheran respinge con fermezza le accuse e invita Beirut a un profondo ripensamento tattico.

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La pazienza di Beirut è esaurita e lo scontro aperto contro le ingerenze della Repubblica Islamica non è mai stato così netto. La posizione di Hezbollah si deteriora ogni giorno, e i segnali di un'uscita del Libano dall'orbita iraniana diventano sempre più concreti. La reazione dei leader libanesi segna una rottura storica che potrebbe ridisegnare gli equilibri regionali.

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