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Trump riunisce il gabinetto sulla crisi iraniana, ma il maltempo sposta il vertice da Camp David

Il presidente americano convoca i ministri nel momento più delicato del negoziato con Teheran: lo stallo si gioca su una sola parola, mentre al Congresso monta l’opposizione repubblicana.

Geopolitica12 testate2 lingue3 min letturaAgg. 13:27

Era stata annunciata come una convocazione rara e solenne: l’intero gabinetto riunito nel buen retiro presidenziale di Camp David, lo stesso scenario che nel 1978 vide nascere gli accordi tra Israele ed Egitto. Poi, un imprevisto meteorologico ha riportato tutto alla Casa Bianca. Donald Trump ha spostato la riunione di mercoledì 27 maggio a causa del maltempo che da giorni flagella la capitale, ma la sostanza non cambia: il presidente americano è a un bivio nella partita più delicata del suo secondo mandato, la guerra con l’Iran e il negoziato per porvi fine.

I colloqui indiretti con Teheran, mediati da Oman e Qatar, sono entrati in una fase che i consiglieri definiscono «di cesello»: secondo fonti vicine al Dipartimento di Stato, l’impasse si ridurrebbe a «una parola, una frase», come ha ammesso il segretario Marco Rubio. Eppure, dietro quel dettaglio lessicale si cela uno scoglio sostanziale: la definizione del perimetro del programma nucleare iraniano rispetto alla graduale rimozione delle sanzioni. Il presidente ha rivendicato un’intesa «quasi conclusa», ma sul tavolo restano le divergenze e, sullo sfondo, la tensione militare. Pochi giorni prima, forze statunitensi avevano colpito motovedette dei pasdaran e siti missilistici, uccidendo diversi militi delle Guardie della rivoluzione; Teheran, da parte sua, ha denunciato attacchi «illegali e ingiusti» contro navi commerciali, rinfocolando il clima di sfiducia.

Alla Casa Bianca, la fretta di chiudere è dettata anche dal calendario elettorale. Con le elezioni di metà mandato all’orizzonte, la guerra è un peso impopolare per i repubblicani, tanto che una pattuglia di senatori — Ted Cruz, Lindsey Graham, Roger Wicker — ha già bollato l’accordo come troppo generoso verso Teheran, simile a quello dell’epoca Obama che lo stesso Trump stracciò nel 2018. Secondo analisti di Washington, il presidente cerca una via d’uscita che gli consenta di riaprire lo Stretto di Hormuz e sostenere di aver ridimensionato abbastanza la minaccia nucleare iraniana da poter dichiarare vittoria, senza però scontentare del tutto la propria base. Non è un caso che la riunione di gabinetto, pur ridimensionata logisticamente, abbia incluso anche il direttore dell’intelligence uscente Tulsi Gabbard e si sia tenuta all’indomani del check-up sanitario annuale del presidente: il segnale di una leadership che non vuole apparire in affanno.

Dall’Europa, e in particolare da Bruxelles e Roma, lo sguardo è duplice. Un cessate il fuoco stabile e la riapertura di Hormuz garantirebbero la normalizzazione dei flussi energetici e una boccata d’ossigeno per i mercati, in un momento in cui l’Italia cerca di consolidare il proprio hub mediterraneo. Ma un accordo percepito come fragile o unilateralmente imposto da Washington rischierebbe di incrinare la già precaria architettura di sicurezza regionale, lasciando l’Unione Europea a gestire le conseguenze di un’intesa che non ha contribuito a scrivere. L’ironia della meteorologia — la pioggia che ha impedito il ritiro a Camp David — rischia di trasformarsi nella metafora di un negoziato sospeso tra la sostanza delle armi e la precarietà delle parole.

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