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Trump lega l’intesa con l’Iran all’adesione obbligatoria agli Accordi di Abramo

Dopo i raid americani nel sud dell’Iran, il presidente impone a Riad, Doha e Islamabad di normalizzare con Israele. Un azzardo che rischia di far deragliare la tregua.

Geopolitica16 testate2 lingue3 min letturaAgg. 04:48

Con una mossa che allarga ulteriormente il perimetro di una crisi già intricata, Donald Trump ha preteso che tutti i Paesi coinvolti nei negoziati con l’Iran firmino obbligatoriamente gli Accordi di Abramo, pena il fallimento dell’intera architettura diplomatica. In un lungo post sul suo social Truth Social, il presidente americano ha definito «obbligatorio» che Arabia Saudita, Qatar, Pakistan, Turchia, Egitto e Giordania normalizzino le relazioni con Israele simultaneamente, aggiungendo che sarebbe «un onore» vedere un giorno anche Teheran unirsi a quella che ha chiamato «una coalizione mondiale senza precedenti». La richiesta è giunta mentre nuovi raid statunitensi nel Hormozgan, descritti dal Comando centrale come «autodifesa», venivano bollati da Teheran come «flagrante violazione» di un cessate il fuoco faticosamente mantenuto per quasi sette settimane.

Il nodo regionale è delicatissimo. Mentre Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan hanno già aderito agli Accordi sotto la prima amministrazione Trump, Riad ha sempre condizionato il proprio sì a progressi concreti verso uno Stato palestinese. Il principe ereditario Mohammed bin Salman, secondo fonti vicine al dossier, ha ribadito anche negli scorsi giorni che senza «un percorso chiaro» verso la soluzione dei due Stati la normalizzazione resterà congelata. L’insistenza di Trump rischia perciò di scontrarsi frontalmente con la posizione saudita e con le sensibilità di piazze arabe dove l’umore verso Israele resta in larga parte ostile.

La tensione militare non aiuta. Il Segretario di Stato Marco Rubio, pur ammettendo che un accordo con l’Iran potrebbe essere definito «in pochi giorni», ha assistito a un brusco rallentamento dei colloqui, mentre Teheran ripete di essere «tutt’altro che vicina alla firma». L’elemento dirompente è proprio la tempesta militare che accompagna la diplomazia: gli attacchi alle postazioni missilistiche e alle imbarcazioni iraniane impegnate a minare le acque meridionali, giustificati da Washington con la protezione delle proprie truppe, hanno reso la tregua già di per sé «tenue» — come la definiscono gli analisti mediorientali — ancora più precaria.

Dalle capitali europee, e in particolare da Bruxelles, si guarda con malcelato scetticismo all’azzardo trumpiano. La Commissione e diversi governi nazionali, tradizionalmente ancorati al principio dei due Stati, temono che legare il dossier iraniano alla normalizzazione con Israele possa incendiare ulteriormente la regione e allontanare i Paesi del Golfo dal processo negoziale. Anche in Asia, dove potenze come India e Pakistan osservano con attenzione gli equilibri del Medio Oriente, prevale la cautela: l’estensione imposta degli Accordi di Abramo ridisegnerebbe le alleanze, ma potrebbe anche innescare contraccolpi duri nei fragili assetti confessionali. «O un grande accordo, o nessun accordo», ha tuonato Trump, avvertendo che un fallimento riporterebbe «al fronte e agli spari, più grande e forte di prima». La scommessa di forzare in un’unica soluzione pace regionale e resa dei conti nucleare è tanto ambiziosa quanto carica di incognite: potrebbe accelerare una stagione di riallineamenti storici, o spezzare l’ultimo filo di dialogo.

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