Il giallo diplomatico di Pechino: Xi alza la voce con Trump sul riarmo giapponese
Un retroscena della stampa anglosassone e nipponica racconta di un presidente cinese irritato. Pechino smentisce, ma la vicenda rivela la profondità della frattura in Asia orientale e le sue implicazioni per l’Occidente.

L’incontro del 14-15 maggio tra Xi Jinping e Donald Trump ha lasciato dietro di sé una scia di veleni diplomatici che va ben oltre il confronto commerciale. Secondo una ricostruzione del Financial Times, poi ripresa dall’agenzia giapponese Jiji Press, il presidente cinese avrebbe reagito con durezza inattesa quando sul tavolo è comparsa la politica di difesa di Tokyo, alzando la voce e abbandonando il tono misurato che aveva caratterizzato il resto del vertice. «Xi è diventato vocale e agitato parlando del Giappone, cogliendo di sorpresa i funzionari americani», riferiscono fonti vicine ai colloqui, perché il tema non figurava nell'agenda preparatoria. La tensione sarebbe stata tale da trasformare quel passaggio nella fase «più calda» dell’intero summit.
L’oggetto dell’irritazione di Pechino è la premier giapponese Sanae Takaichi, esponente di una linea conservatrice che ha impresso un’accelerazione all’allentamento dei vincoli costituzionali sulle forze armate e all’aumento della spesa militare. Xi avrebbe parlato di «rimilitarizzazione» del Giappone in termini che diverse fonti descrivono come un attacco verbale. Trump, riferiscono sia testate americane sia quelle giapponesi, avrebbe difeso Takaichi, giustificando il rafforzamento difensivo con la crescente minaccia nordcoreana. Subito dopo il faccia a faccia, il presidente statunitense avrebbe telefonato dal Air Force One per riferire l’accaduto, segno che l’episodio ha assunto un rilievo immediato nella catena decisionale americana.
La reazione ufficiale di Pechino non si è fatta attendere. La portavoce del ministero degli Esteri Mao Ning ha dichiarato che «il contenuto delle notizie citate non corrisponde ai dati in possesso della parte cinese», smentendo qualsiasi alterazione emotiva del leader. È una dinamica consueta nella diplomazia cinese: respingere come infondate le indiscrezioni che incrinano l’immagine di compostezza del vertice, mentre le fonti occidentali e giapponesi insistono sulla solidità del racconto. Lo scarto tra la versione ufficiale e i resoconti giornalistici alimenta un alone di ambiguità che rende più opaca la relazione tra Washington e Pechino proprio nel momento in cui si cerca un modus vivendi su dazi e tecnologia.
Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, la vicenda porta con sé un duplice insegnamento. Da una parte mostra come il cosiddetto “Indo-Pacifico” sia un teatro in ebollizione in cui le alleanze si riconfigurano in tempo reale, costringendo Bruxelles a prendere posizione sul ruolo del Giappone, partner strategico dell’Unione anche nel settore della difesa. Dall’altra, mette in guardia rispetto alla volatilità dei summit tra leader: il tentativo di normalizzare i rapporti con la Cina può incagliarsi su questioni che sfuggono alle agende ufficiali, come il riarmo di un alleato storico degli Stati Uniti. Se l’irritazione di Xi fosse confermata, significherebbe che per Pechino il dossier giapponese è talmente sensibile da far vacillare le più accorte regie diplomatiche.
Guardando avanti, l’episodio rischia di diventare un precedente utilizzato da entrambe le parti: per Washington, la prova che la Cina è disposta a forzare i toni su dossier che toccano la sua sfera di influenza regionale; per Pechino, l’esempio di una narrativa mediatica ostile costruita per delegittimare il presidente. In ogni caso, la partita sulla sicurezza asiatica è ormai entrata a pieno titolo nel confronto tra le due superpotenze, e ogni incontro futuro sarà valutato anche in base alla capacità di contenere – o sfruttare – questi scarti emotivi.
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