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Trump fischiato al Madison Square Garden: la politica invade il tempio del basket

Primo presidente in carica a una finale NBA, Donald Trump è stato sonoramente fischiato al Madison Square Garden. L’imponente dispositivo di sicurezza ha paralizzato Midtown Manhattan e cancellato il watch party all’aperto.

Sport18 testate4 lingue3 min letturaAgg. 03:17

Donald Trump è diventato il primo presidente degli Stati Uniti in carica ad assistere a una partita delle finali NBA, ospite dell’amico e proprietario dei Knicks James Dolan. Ma l’accoglienza al Madison Square Garden, nella sua città natale, non è stata calorosa: durante l’inno nazionale, il pubblico ha sommerso l’immagine del presidente su maxischermo con un’ondata di fischi, come documentato da numerose testate statunitensi. La scena ha confermato l’impopolarità di Trump nella roccaforte democratica di New York, dove già nei giorni precedenti tifosi avevano bollato la sua presenza come “porta sfortuna” per una franchigia a caccia del primo titolo dal 1973. Il sindaco progressista Zohran Mamdani, pure presente all’incontro, aveva fatto sapere che non si sarebbe seduto accanto al presidente, sottolineando la frattura politica.

L’arrivo del presidente ha imposto un dispositivo di sicurezza senza precedenti, trasformando l’area intorno al Garden in una zona blindata simile a quella di Capodanno a Times Square. Secondo i resoconti della stampa francese, un vasto perimetro di recinzioni metalliche è stato innalzato a ridosso della Penn Station, dove il giorno prima una aggressione con coltello aveva già messo in allerta le autorità. I media latinoamericani hanno descritto code chilometriche e controlli “da aeroporto” che hanno costretto i tifosi ad arrivare con due ore di anticipo. L’impatto più simbolico è stato la cancellazione del watch party all’aperto, un raduno atteso da quasi tre decenni di assenza delle finali dal Madison: la festa popolare è stata sacrificata alle esigenze del Secret Service.

Le reazioni a bordo campo hanno rispecchiato le tensioni. La guardia degli Spurs De’Aaron Fox ha definito la visita presidenziale “un inconveniente per tutti”, mentre il suo allenatore Mitch Johnson, in conferenza stampa, ha minimizzato: “Non ho avvertito alcun disagio, abbiamo una partita importante da giocare”. La divergenza, ripresa dai network sportivi americani, ha messo a nudo il diverso peso che la politica esercita su atleti e staff tecnici. Nel frattempo, gli occhi restavano puntati sul parquet: i Knicks, avanti 2-0 nella serie, potevano ipotecare il titolo, ma l’ombra di Trump rischiava di distogliere l’attenzione da un’impresa sportiva attesa da oltre mezzo secolo.

La serata newyorkese è destinata a restare un caso di studio sull’intreccio tra sport e potere. L’Europa, abituata a leader che non disdegnano apparizioni negli stadi, ha osservato con curiosità la reazione ostile di una città che pure è il luogo di nascita del presidente. Al di là dei decibel dei fischi, resta il paradosso: un presidente repubblicano, tifoso di lungo corso, ha riportato l’attenzione globale sul basket in un momento di massima esposizione per la NBA, ma al prezzo di congelare la festa della sua stessa gente. Se i Knicks conquisteranno l’anello, la storia ricorderà quella finale anche per il fragore di una contestazione che ha reso il Garden, per una notte, più un’arena politica che un tempio dello sport.

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