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Stati Uniti mettono fuori uso una petroliera nel Golfo dell'Oman: equipaggio indiano in salvo

Un F/A-18 ha colpito la Marivex, accusata di violare il blocco navale contro Teheran. I 24 marinai tratti in salvo dall'Oman. Si aggrava lo scontro tra Washington e Iran, con ripercussioni sull'economia globale.

Diritto8 testate5 lingue3 min letturaAgg. 03:16

Lunedì 8 giugno un caccia F/A-18 Super Hornet decollato dalla portaerei USS Abraham Lincoln ha scagliato un ordigno di precisione contro la sala macchine della petroliera Marivex, battente bandiera di Palau, che transitava in acque internazionali del Golfo dell'Oman diretta, secondo il Comando centrale statunitense (CENTCOM), verso un porto iraniano. La nave, vuota e già sotto sanzioni del Tesoro Usa per i suoi legami con Teheran, avrebbe ignorato l’ordine di fermarsi, violando il blocco navale imposto da Washington. A bordo c’erano 24 marinai indiani, tutti tratti in salvo dalle autorità dell’Oman dopo che un incendio ha immobilizzato lo scafo, come confermato dall’ambasciata indiana a Muscat.

L’episodio si inserisce in un’escalation che dura da aprile. Fonti russe riportano che dal 13 aprile gli Stati Uniti hanno istituito un blocco dei porti iraniani, paralizzando il traffico commerciale della Repubblica islamica. In meno di due mesi, sempre secondo il CENTCOM, sette navi sarebbero state messe fuori uso, mentre 134 mercantili sono stati dirottati altrove e solo 42 hanno ricevuto il permesso di passaggio. La tensione, tuttavia, non è solo navale: l’Iran ha ripreso a far volare i propri aerei dopo gli attacchi aerei israeliani che avevano chiuso gli aeroporti occidentali, e il 3 giugno Teheran avrebbe colpito il centro di comando di un cacciatorpediniere statunitense nello stretto di Hormuz come ritorsione per le azioni americane contro le sue navi mercantili.

Da Nuova Delhi l’attenzione si è concentrata sulla sorte dell’equipaggio. La petroliera, pur non essendo di proprietà indiana, era gestita da un armatore che impiegava manodopera indiana. Il governo di Modi, che in questi mesi ha mantenuto un delicato equilibrio tra gli interessi energetici con l’Iran e l’alleanza strategica con Washington, ha ringraziato Muscat per il rapido intervento, evitando polemiche dirette con gli Stati Uniti. Ma la vicenda riaccende il dibattito sulla protezione dei marittimi in zone di conflitto, tema caro a un paese che conta oltre duecentomila naviganti nella flotta mondiale.

Gli analisti europei avvertono che ogni incidente nello stretto di Hormuz, attraverso cui transita un quinto del petrolio mondiale, rischia di innescare un rincaro dell’energia con conseguenze immediate per l’Italia e l’Europa, già provate dalla crisi ucraina. Secondo la stampa elvetica, il conflitto latente tra Usa e Iran, deflagrato l’8 aprile, sta già facendo salire i premi assicurativi e i costi di trasporto, con ripercussioni sulla debole ripresa del Vecchio Continente. La strategia di Washington – strangolare economicamente Teheran per costringerla a un negoziato – si scontra con la realtà di una regione militarizzata, dove la deterrenza è affidata a raid chirurgici che colpiscono anche navi commerciali. Resta da vedere se l’amministrazione statunitense saprà contenere l’effetto domino senza trascinare il Golfo in un conflitto aperto.

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