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Roma indaga Ben-Gvir per la Flotilla: «L’Italia è diventata il paese delle ciabatte»

La Procura di Roma iscrive il ministro israeliano per sequestro e tortura di attivisti italiani. Lui replica sprezzante. Parigi avvia un’inchiesta parallela, mentre l’Aja valuta un ampliamento dell’indagine internazionale.

Diritto21 testate6 lingue3 min letturaAgg. 03:16

L’apertura di un fascicolo contro il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir da parte della Procura di Roma segna un salto di qualità nella tensione giudiziaria tra Europa e Israele. I pubblici ministeri Stefano Opilio e Lucia Lotti, coordinati dal procuratore capo Francesco Lo Voi, contestano al leader ultranazionalista i reati di sequestro di persona, tortura e, secondo quanto riportato da fonti inquirenti, persino tentato omicidio. L’indagine si fonda sul principio di personalità passiva, che consente alla magistratura italiana di perseguire crimini gravi commessi all’estero contro cittadini italiani – in questo caso gli almeno ventisette attivisti della Global Sumud Flotilla fermati in acque internazionali tra aprile e maggio di quest’anno.

L’episodio che ha innescato la reazione giudiziaria è un video diffuso dallo stesso Ben-Gvir sui social: nel porto di Ashdod, gli attivisti inginocchiati e ammanettati venivano derisi dal ministro, che si congratulava con i soldati autori delle violenze. Le testimonianze raccolte dai carabinieri del Ros descrivono pestaggi, umiliazioni sessuali e detenzioni illegali. La portavoce italiana della Flotilla, Maria Elena Delia, ha definito «sacrosanta» l’indagine, pur ricordando che Ben-Gvir è «espressione di un sistema più ampio del governo Netanyahu». La mossa di Roma non è isolata: pochi giorni prima, la Procura nazionale antiterrorismo francese aveva aperto un’inchiesta formale per tortura e crimini di guerra contro lo stesso ministro, dopo le denunce di attivisti transalpini.

Nel mondo arabo, l’iniziativa italiana è stata accolta come una vittoria della diplomazia giudiziaria: i media con sede a Beirut hanno sottolineato che il fascicolo di Roma include «crimini internazionali», collegandosi alle richieste di esperti e organizzazioni pro-palestinesi affinché la Corte penale internazionale dell’Aja estenda il proprio esame della situazione nei territori occupati per includere gli abusi sulla Flotilla. Secondo la stampa israeliana, quella stessa richiesta di ampliamento dell’inchiesta della Cpi – già attiva sui sospetti crimini di guerra dal 2014 – è stata formalmente presentata nelle scorse settimane, trasformando il caso in un banco di prova per la giustizia universale. L’ottica di Gerusalemme, tuttavia, è di aperta sfida: Ben-Gvir ha replicato con un attacco diretto all’Italia, scrivendo su X che «il Paese dello Stivale è diventato il Paese delle ciabatte infradito», e che Israele «non è un sacco da boxe per un branco di bugiardi sostenitori del terrorismo».

La vicenda rivela una divaricazione crescente tra l’attivismo giudiziario di alcune cancellerie europee e la tradizionale copertura diplomatica garantita a Israele. Se per gli analisti di Bruxelles l’indagine romana si inserisce in una più ampia strategia di accountability extraterritoriale, per gli osservatori del diritto internazionale essa potrebbe spingere altri Stati – già si parla di Belgio e Spagna – a seguire l’esempio italo-francese. Quel che è certo è che l’iscrizione nel registro degli indagati, ancorché preliminare, trasforma il Mediterraneo in uno spazio giuridico conteso, dove lo scontro tra politica e magistratura rischia di consumarsi non più solo sul piano retorico.

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